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«Vizzu ‘i natura finu a mmòrti dura»

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«Vizzu ‘i natura finu a mmòrti dura»

Questo adagio popolare non fa che sentenziare che un vizio è talmente connaturato al proprio essere da seguirti fino alla sepoltura, senza farti passare per l’estrema unzione

Della serie, «così sei e tale rimarrai», senza ammorbidirsi su possibili riabilitazioni, questo no! Beh, io ho qualche riserva al riguardo: tuttavia, ho l’impegno ed il dovere di riportare la nostra tradizione paremiologica, che è fortemente radicata nella letteratura classica.

Nella fattispecie, richiamo alla memoria «vulpes pilum mutat, non mores» («la volpe perde il pelo ma non il vizio») che lascia esplicitamente pensare che i membri di un consesso umano possono dissimulare bene i loro atteggiamenti fino a quando non verranno allo scoperto.

In quel caso non sarà la scoperta d’America! La locuzione latina va ricondotta a Svetonio che la inserì nel suo Vita di Vespasiano (contenuto nel De Vita Caesarum, Vita dei dodici Cesari): «quidam natura cupidissimum tradunt, idque exprobratum ei a sene bubulco, qui negata sibi gratuita libertate, quam imperium adeptum suppliciter orabat, proclamaverit, vulpem pilum mutare, non mores» (libro VIII,16.3), ovvero «alcuni sostengono che questa sua estrema avidità faceva parte del suo carattere e citano il rimprovero di un vecchio bovaro che, non potendo ottenere da lui, nonostante le suppliche, la libertà a titolo gratuito, dopo che aveva conquistato il potere, gridò: “La volpe cambia il pelo, ma non il vizio”».

In lingua inglese lo stesso concetto viene espresso con la frase «a leopard cannot change his spots» («un leopardo non può cambiare le sue macchie»); si tratta di topos che compare nell’Antico Testamento (Geremia 13,23): «Can the Ethiopian change his skin, or the leopard his spots? Then may ye also do good, that are accustomed to do evil». («Può un etiope cambiare la sua pelle o un leopardo le sue macchie? Allo stesso modo, potreste voi, abituati a fare il male, fare il bene?»).

Per quanto mi riguarda, forse perché pervicacemente fiducioso, ritengo che gli ingranaggi della propria vita possono essere rimodulati in itinere: del resto, dice la catechesi, c’è tempo di misericordia, finché si vive questa speranza: quindi, tutto è possibile nella storia privata di ciascuno, che ne pensate!?

Prof. Francesco Polopoli