La voce confessionale della poesia

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Luciana Parlati

Pensieri, parole, opere (senza omissioni, però!) della Professoressa Luciana Parlati

‹‹Picati di i mia››: così li chiama lei, la cara professoressa Luciana Parlati, mentre ne ricostruisco il sermo cotinianus, che appaio alle nugae di Catullo.

Addirittura?.. mi direbbe: mi sembra di sentirla col suo inconfondibile piglio ironico.

In fondo anche quelle erano ‹‹inezie letterarie›› elevate a potenza comunicativa: ce lo ha insegnato, nel proporre l’autore Veronese; ergo, non mi sbaglio! Il suo stile, perciò, dal cascame del Classico, riprende quella stessa immediatezza poetica: ‹‹classicheggiante è››, prof., me lo lasci dire! E già mi pare di sentirla sorridere, se non altro perché credo di averci azzeccato.

Quando Camilleri dice del dialetto che ‹‹è la lingua degli affetti, un fatto confidenziale, intimo, familiare›› mi sembra proprio di ascoltarla: per di più in una splendida premessa testuale che, a parer mio, è un’ode civile all’idioma lametino, la Nostra aggiunge un termine bivalente di grande considerazione. Tra il lirico e drammatico in una voce duale, direi! ‹‹Privata››, trovo per iscritto, ripetendola: se nel senso aggettivale è strettamente personale, in quello participiale fa intravedere un timore imminente, come minaccioso peccato capitale.

Quello di potersi privare di una tradizione immateriale, che appartiene al serbatoio inconscio di tutta una comunità ed è inenarrabile!

Mi scusi la forma viciniore all’anacoluto: la proposizione si fa volutamente acefala solo al pensiero di una perdita ereditaria. ‹‹Calamo currente››, avrebbero detto i Latini, giustapposta per l’occasione.

Ora «una sorta di bilinguismo è da tempo consustanziale alla fenomenologia linguistica»: rinvio la considerazione a Dante a solo titolo di documentazione. Il dualismo – esposto nel De vulgari eloquentia – tra il parlar materno che si riceve per natura, oralmente, informalmente, e il latino che si apprende artificiosamente per formalizzarlo istituzionalmente è la riprova di come la diglossia ci segua come destino da secoli di storia.

Oggi l’italiano svolge il ruolo di lingua grammatica, laddove il dialetto quello di parlata naturale: né più e né meno, quindi! Di questo bel binomio Giacomo Noventa si compiace persino in un suo struggente epigramma: «Parché scrivo in dialeto…?/ Dante, Petrarca e quel dai Diese Giorni/ Gà pur scrito in Toscan.// Seguo l’esempio».

A lui risponderebbe la Parlati, parlando in lametino: lei che ha un cognome declinato al plurale, poi, è maggiormente deputata al plurilinguismo. Lei può: del resto, ‹‹nomen, omen›› (un nome, un destino!); vale lo stesso anche per un ‹‹cognomen››, mi sia consentito, a questo punto! Che dire, poi, della sua silloge poetica? Amo le panoramiche a tutto tondo che fa della nostra città: Corzu Numistranu, Caru Corzu miu!,  ‘U paisi miu, per fare degli esempi.

Una terna versificata che dà le parole persino alle pietre. Nel contempo mi ritrovo in quei quadretti sodali o familiari in mezzo ai quali, nel nostos di tutti, ciascuno assapora un paesaggio d’animo.

Tuttavia, c’è una toto-poesia dove fa letteralmente tredici nel numero di sillabe: vincente è il metro di Sant’Antonio nella tredicina a lui dedicata e non poteva essere altrimenti, già!

Qui la nostra ‹‹mater et magistra›› sconfina liberamente dalle regole dell’endecasillabo per seguire il ritmo delle sue intime orazioni: il v.3, poi, è una rima baciata, tutta rivolta al nome del Santo Patrono nicastrese, fateci caso, dopo aver letto il testo, che riporto qui di seguito, proprio in occasione della festa antoniana.

A tridicina

Ohj cumu è bellu, ogni annu di matina

i primi ‛i giugnu fhari ‛a tridicina!,

e jiri a pedi a prigari a Sant’Antoni,

‛u prutitturi nuastru, povaru e squazuni.

E l’aria ‛ntuarnu è fhrisca e profumata,

ti sianti leggia dintra e assicurata

ca ‛u santu sta aspittandu puru a ttia,

‛na binidizioni ti duna e accussì sia.

‛Ntr’ a gghiasa ancora si sentinu cantari

da ‛a tridicina i canti di‛ na vota, e su’ speciali,

e llu cori s’allarga a ricurdari

di quandu, nninni, viniamu ccà a circari

‛a grazia, vistuti puru nua ‛i monachjallu,

e lli gigghji ci purtavamu,

e lli cira ci allumavamu e…aspittavamu,

e llu Santu, doppu ‛a prucissioni accumpagnàvamu,

e, doppu i sbumbi, ‛i zotti, ‛a fiaccolata,

fhinia la fhesta, passava la nuttata,

ma dintr’ ‛u cori, ‛a memoria n’è ristata.

Cos’altro aggiungere? Tra i versi succitati ritrovo l’ispirazione e l’aspirazione di tutta una testura sociale: melodia o poesia, fa lo stesso nella somma totale di questa sequenza ritmata: a ben vedere dal belvedere di tutto il nostro territorio c’è una sonorità che ha ancora una chiave di violino nello spartito musicale del vernacolo nostrano. La professoressa ci dà il la…e noi non possiamo non accogliere il suo messaggio, per ricomporre a livello orchestrale la triuna unità di questo paese, da poco, over 50, d’età.

Prof. Francesco Polopoli

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