Attualità

4 marzo 1947, l’ultima condanna a morte in Italia

Sono le 7,41 del 4 marzo 1947. Al poligono militare delle Basse di Stura, alla periferia di Torino, un funzionario di polizia abbassa fermamente un braccio; si tratta di un segnale. Subito dopo, simultaneamente, trentasei moschetti fanno fuoco verso degli uomini seduti dinanzi a loro. È l’ultima condanna a morte della storia d’Italia. A cadere sotto i colpi di fucile sono in tre: Francesco La Barbera, Giovanni Puleo e Giovanni D’Ignoti, rei di aver commesso un anno e mezzo prima un crimine orribile.
Il 20 novembre 1945 in una casolare di Villarbasse, zona collinare poco distante da Torino, i tre uomini, insieme a tale Pietro Lala (alias Francesco Saporito), tutti originari di Mezzojuso, in Sicilia, hanno massacrato a bastonate dieci persone, prima di buttare i loro corpi, ancora non spirati e legati per gli arti inferiori ad alcuni blocchi di cemento, in una cisterna in disuso. I corpi, tra uomini, donne, anziani e ragazzi, verranno ritrovati il 29 novembre, ormai morti da svariati giorni. Tutte le vittime vivevano del lavoro dell’azienda agricola gestita dall’avvocato Massimo Gianoli di 65 anni, padrone della cascina “Simonetto” di Villarbasse. Unico sopravvissuto del massacro fu un bambino, non notato dagli aguzzini poiché stava dormendo in cucina. Gli assassini, compiute le loro deprecabili gesta, arraffarono i pochi soldi che riuscirono a trovare (alcune migliaia di lire) e rubarono indumenti e alcuni salami prodotti dall’azienda per mangiarli poi durante la strada del ritorno.
Dalla mattina del 21 novembre il casolare di Villarbasse fu invaso da forze dell’ordine, truppe anglo-americane ancora presenti sul territorio, giornalisti e gente del posto, tutti alla ricerca delle dieci persone svanite nel nulla. La vicenda arrivò alla tragica risoluzione solo il 29 novembre quando, in modo del tutto fortuito, fu sollevato il coperchio del pozzo. Al suo interno furono rinvenuti i corpi di tutte e dieci le vittime.

ultima condanna a morte in ItaliaI tre uomini verranno arrestati pochi mesi dopo, mentre l’ideatore dell’eccidio, Lala/Saporito, rientrato in Sicilia, cadrà a Mezzojuso per un non meglio precisato regolamento di conti.
La sordida violenza mostrata nella cascina di Villarbasse, sconvolse l’opinione pubblica, ancora scossa dai traumi della recente Seconda Guerra Mondiale e dalla successiva guerra civile.
«Il delitto ha raggiunto il grado della più intensa criminalità» diranno i giudici durante il processo giunto a conclusione il 5 luglio del ’46. La difesa proverà a ricorrere a un nuovo capo d’accusa e a una Corte d’Assise differente da quella torinese per sottrarre dalla pena capitale gli imputati, ma non ci sarà possibilità alcuna che la pena di morte per tutti e tre. Anche la domanda di grazia presentata al Presidente della Repubblica Enrico De Nicola fu rigettata.
Negli istanti immediatamente precedenti l’esecuzione, La Barbera, seguito da Puleo, inciterà alla Sicilia e a Finocchiaro Aprile, un separatista che aspirava all’indipendenza della Trinacria; D’Ignoti, invece, reciterà le sue estreme preghiere. Legati mani e piedi a tre sedie e con gli occhi coperti da un leggero fazzoletto, i tre assassini attesero la scarica dei fucili dei trentasei uomini del plotone d’esecuzione, la metà dei quali caricati soltanto a salve per lasciare il dubbio su chi realmente avesse ucciso.
Fu l’ultima esecuzione capitale in Italia. La pena di morte fu infatti cancellata dalla nostra Costituzione il 1° gennaio 1948 con l’articolo numero 27. Sarebbe bastato un ritardo, un banale cavillo giudiziario, e gli autori di quel vile massacro avrebbero avuto salva la vita.

Antonio Pagliuso

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