Giardinieri con uno zoo a casa: in via Latinorum…

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C’è un’intera arca di Noè in botanica, a scavare un po’, roba da far ingaggiare Licia Colò prossimamente!

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Pensando a piante il cui nome è associato ad animali, probabilmente la prima cosa che balza agli occhi è quello di Rosa canina, la rosa selvatica che troviamo spesso fare capolino nelle siepi di campagna (caninus, a, um: è un aggettivo derivativo di canis, cane).
D’altro canto, gli amanti dei gatti potrebbero suggerire la Nepeta cataria, che, nella vulgata, è l’erba gatta o gattaia comune (cataria, appunto, si riferisce al piccolo felis silvestris catus: ne sa qualcosa la Whiskas, al riguardo!).
Queste, tuttavia, sono solo un piccolo esempio di tutti quei vegetali il cui segno linguistico si lega ad uno zoo: c’è un’intera arca di Noè in botanica, a scavare un po’, roba da far ingaggiare Licia Colò prossimamente!
Essi variano dai riferimenti al più piccolo insetto, come nella Gesneriaceae Aeschynanthus myrmecophilus (espressione, il cui ultimo termine significa amante delle formiche) fino alla più grande delle creature, come la Yucca elephantipes (riconducibile, per immediatezza, ai piedi di un elefante).
I nomi che fanno riferimento ad un ambiente faunistico possono talvolta costituire un avvertimento: come nella combava (Citrus hystrix), un agrume con tronco e rami ricoperti di spine lunghe quattro centimetri; hystrix, infatti, è in natura l’istrice: chi lo conosce, lo evita, perché non è Pic indolor!
Allo stesso modo, Dianthus erinaceus è accostabile al porcospino, dal momento che le foglie formano un cuscino fitto e spinoso (erinaceus, a, um è “simile al riccio”).
A volte, però, la relazione o la somiglianza tra il termine tassonomico e la matrice classica non è sempre lineare, logica o persino apparente.
Si prenda, come esempio, la Fritillaria meleagris, un bellissimo fiore selvatico dei prati spontanei d’Europa, che prende anche la denominazione di testa di serpente per via della sua postura morfologica: qui il sostantivo della specie si riferisce al motivo decorativo dei petali, a macchie, dato che la voce meleagris è quello della gallina faraona: Coccodè!
Petaloso, allora: non si dice così, o sbaglio?
[A proposito, lo studente che ha coniato petaloso è un latinista in erba. Stupefacente! Perché, direte? Il suffisso –osus sta per “pieno di” (pericoloso, glorioso, famoso=colmo di pericoli, gloria e fama): ergo, quel discepolo, preterintenzionalmente, ha dimostrato sensibilità linguistica! Avanza lo Stato sociale, non solo il gruppo musicale!]

Quindi, per concludere, proprio un bel latino da Giardinieri!

Ed in questo Lorraine Harrison ne è pollice verde!

(Pertanto, piantatela, detrattori dell’antico! Quello risponde sempre all’appello. Piantiamo, se mai, in Latinorum!)

Prof. Francesco Polopoli

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