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La notte in cui gli animali parlano – Sante Roperto

In  effetti sarebbe meglio non sapere il nostro domani, cosa si pensa di noi, cosa in realtà abbiamo fatto capire.
Mi sembra questo il cuore del racconto che, con due storie parallele, segue un nonno ed un nipote, uno soldato, costretto andare in Africa, nel deserto africano, ad El Alamein, per conquistare Tripoli, bel suol d’amore, cantava la canzone dei tempi, e l’altro di ritorno, come ogni anno, a Conflenti, da Roma dove lavora ad una radio.

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Due storie che avranno spinto l’autore con l’ urgenza di testarsi in un genere narrativo dopo essere stato corrispondente di Superbasket e aver lavorato per le reti di Lunaset.
Una storia parallela che, anche se le rette non si incontrano mai, poi si riunisce nel racconto che il nonno fa al nipote sulla leggenda della notte dell’Epifania.
” Una notte magica, l’unica nella quale gli animali avevano il dono della parola. Chi aveva animali, quella notte, li accudiva molto bene, per paura che annunciassero disgrazie. Un fattore, però, volle ad ogni costo ascoltare cosa dicessero i suoi animali e si nascose nella stalla del bue e dell’asino.
Loro due erano intenti nella siffatta conversazione: avrebbero dovuto lavorare tanto l’indomani, perché costretti a trasportare su un carro il padrone al cimitero. Nel sentire quelle parole il fattore, terrorizzato, giunto a casa, morì”
Qualcuno raccontava che altri prodigi avvenissero quella notte ma essendovi divieto di uscire per le strade nessuno poté vederli. Vero è che si è sempre creduto che i morti si incarnassero negli animali, vedi il film Fluke, di Carlo Carlei, e affidassero a loro i messaggi per i loro cari viventi.
Resta quindi, sempre in tutti noi, questo desiderio di raccontare storie, di conservarle e ripeterle a nipoti ed amici, come tentativo a volte riuscito, a volte no, di aver ascolto e di tramandare quel messaggio di esserci stati.
Essere stati in un  luogo che all’autore sembra bellissimo, un paese in festa, nella processione della Madonna, a fine agosto, una Chiesa dell’Immacolata che stava proprio di fronte la finestra del nonno.
Ogni luogo raccontato diventa altro ed io ho stentato a riconoscere quella Conflenti che pochi mesi avevo io intravisto, di passaggio.
Una Conflenti sciupata, sedie di plastica di fronte la facciata della chiesa e la quercia tagliata o bruciata e non sostituita. Una Chiesa di San Nicola in lacrime e strade e balconi riadattati a infissi che stridevano, come strideva il senso di abbandono dei luoghi, ben descritto da Vito Teti, ne Il Senso dei luoghi.
Ma qui siamo in una esperienza personale che, anche se non contiene autobiografia, se non nella storia del nonno, continua a vedere il paese come il paese che avrebbe dovuto essere o almeno quello che piace vedere. Con un guardare d’amore. Nella trasfigurazione dell’innamorato.
Infatti il libro inizia con una citazione di Georgi Gospodinov “Gli amori che non sono successi durano tutta una vita” contemplando in questi amori anche l’amore per il proprio paese.

Ippolita Luzzo

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