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Affáscinu e spáscinu

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mani anziana signora

Ricordo, con nostalgia, tutte le volte che venivo portato a casa di una signora anziana esperta nell’arte dello “spáscinu”

Nostalgia per la premure e le attenzioni di mia mamma che, vedendomi stanco, con mal di testa, giù di corda, si precipitava dalla signora Teresina, da noi chiamata zia, pur non essendoci nessun vincolo di parentela.

“Za Tiresì, stu fhìgliu sicùru me l’hannu affascinàtu! Vidìti cchi potìti fhare (Zia Teresina, sicuramente mio figlio è stato colto dal malocchio, cercate di fare qualcosa)”.

Silenzio assoluto e la zia Teresina si metteva immediatamente all’opera incominciando, in modo anche inquietante, a biascicare, a bassissima voce, preghiere e frasi magiche e incomprensibili, accompagnate da lunghi sbadigli, asciugandosi di tanto in tanto le copiose lacrime con un “maccatùru” (fazzoletto) tutto stropicciato.

Il più delle volte, specialmente d’inverno, questo rito avveniva vicino al focolare e con il calore del fuoco, il fumo e la monotonia delle tiritere, il mio malessere aumentava e manifestavo evidenti segni di insofferenza.

Alla fine di questo estenuante ed interminabile rituale veniva emessa la solita diagnosi accompagnata dalla solita terapia: “Rafhe’, stu guagliùne è affascinàtu assai, làvacce a fhàccia, ricòglie l’acqua e jèttala a nnu crucivìa e l’affàscinu so piglia lu primu chi cce passa (Raffaella, tuo figlio è vittima del malocchio. Lavagli la faccia e spargi l’acqua usata in un crocevia. La prima persona che passa da lì si accollerà i suoi guai)”.

Cosa ne pensavo? Intanto mi rattristavo per il poveretto o la poveretta che avrebbe ricevuto un “regalo” non proprio gradito e poi ritenevo la zia Teresina e le sue colleghe delle furbastre. Con questi consigli si assicuravano il lavoro, peraltro, come ho scoperto in seguito, non retribuito, per un bel po’ di tempo.

Tornavamo a casa e sulla faccia di mia mamma si leggeva la convinzione che il problema ormai fosse risolto.

Il malocchio era conseguenza di invidia o di complimenti non accompagnati da un “fhora malùocchiu” (malocchio stai alla larga!).

Terrorizzato dall’equazione complimento=malocchio, m’insospettivo e diffidavo di tutti quelli che manifestavano nei miei confronti stima, ammirazione o mi porgevano delle congratulazioni senza chiudere il concetto con la suddetta fatidica e magica frase.

Devo aggiungere che esisteva, secondo la credenza popolare, anche un valido antidoto: un sacchettino di sale grosso, cucito su qualche indumento intimo. Qualcuno si chiederà come mai non mi premunissi con questo sistema.

Devo dire che, dopo il primo utilizzo, l’ho sempre rifiutato, visto che questo potente talismano mi procurava arrossamento
e prurito.

Tornando all’affàscinu, aggiungo che una volta sposato, mia suocera, santa donna, divenne, per diritto acquisito, la mia “dottoressa”, specializzata in affáscinu. Sapeste quante volte mi sono rivolto a lei chiedendo aiuto, pur godendo di ottima salute!.

In ogni caso il responso era sempre e solo uno: “T’ hannu affascinátu!”. Non ho mai avuto il coraggio di confessarle che era tutto un bluff. Sapere di aver dato una diagnosi sbagliata sarebbe stato per lei una grossa delusione e la sua autostima si sarebbe ridotta ai minimi termini.

La pratica dell’affáscinu, magari con sfumature diverse, credo fosse diffusa un pò in tutta la Calabria e nel meridione in genere.
Qualcuno sicuramente parlerá di arretratezza, usanze medioevali, ignoranza e chi più ne ha più ne metta.

Personalmente, sorridendo e per amor di appartenenza, definirei bonariamente il tutto “medicina alternativa”.

E voi che ne dite?

Francesco Domenico Mete

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