Gialli irrisolti: l’atroce delitto della Cattolica di Milano

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Simonetta Ferrero Delitto della Cattolica Milano 1971

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26 luglio 1971: all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano viene scoperto il corpo di una giovane donna barbaramente assassinata. È il delitto della Cattolica.

È il mattino di lunedì 26 luglio 1971. Milano: Università Cattolica del Sacro Cuore. Un giovane seminarista veneto si trova dinanzi la bacheca del primo piano del blocco G. L’ateneo è quasi deserto e lui sta dando una scorsa alle pubblicazioni quando avverte un rumore continuo, simile a uno scroscio d’acqua, provenire dai bagni femminili collocati nell’ammezzato tra primo piano e pianterreno.

Si guarda attorno, poi pensa che è suo compito controllare gli alloggiamenti, quindi afferra la maniglia della toeletta ed entra: i suoi occhi assistono a una scena che non dimenticheranno mai più. Sul pavimento del bagno c’è il corpo straziato di una ragazza, riverso in un mare di sangue. Tutt’attorno – sulle porte, sulle pareti, sul lavabo – macchie e schizzi di sangue.
È così che inizia il giallo della Cattolica, un caso storico che ancora oggi, a 48 anni dal suo compimento, non ha un colpevole né un movente chiaro.

La vittima

L’identità della vittima si scopre subito dai documenti trovati vicini al cadavere. Il suo nome è Simonetta Ferrero e ha 26 anni. È assunta alla direzione del personale della Montedison (dove il padre Francesco Ferrero è un alto funzionario) e ricercatrice alla Cattolica, la prestigiosa Università milanese nella quale si è laureata due anni prima in Scienze Politiche. La giovane è impegnata nel sociale con la Croce Rossa e con le Dame di San Vincenzo.

Il giorno dell’assassinio

La ricostruzione dei fatti è presto fatta: sono trascorse da poco le 11 di sabato 24 luglio e Simonetta Ferrero è in giro per la città, che va via via svuotandosi per l’esodo estivo.
La giovane ha da ultimare delle commissioni in vista delle vacanze in Corsica che trascorrerà con i genitori e le due sorelle Maria Elena ed Elisabetta. Il volo è programmato per quella stessa sera.
Simonetta compra un dizionario italiano-francese, ma anziché dirigersi dall’estetista e dal tappezziere, come programmato, si reca alla Cattolica per recuperare delle dispense per un amico; la libreria universitaria però è chiusa per ferie.
Il resto della storia è di difficile costruzione: probabilmente, essendo in un ambiente a lei noto, Simonetta Ferrero avrebbe approfittato per andare un attimo in bagno, nella toeletta femminile del blocco G. Non ne uscirà più.

Come detto, il corpo della giovane ricercatrice sarà ritrovato dal seminarista dopo due giorni, lunedì mattina, nella stessa toeletta, in una pozza di sangue, trafitto per 33 volte. Ben sette, proverà l’autopsia, sono i colpi fatali, uno dei quali ha reciso di netto la carotide. Sulle unghie della povera studentessa sono rinvenuti frammenti d’epidermide, segno che la ragazza ha tentato disperatamente di difendersi prima di soccombere al suo assassino.
Dall’esame autoptico emergerà che non si è trattato di un’aggressione a sfondo sessuale; molto più semplicemente la giovane si è imbattuta in qualcosa di più grande di lei, in un losco figuro nascosto nel bagno delle donne o in qualcuno che l’ha seguita fin dal suo ingresso nell’ateneo o anche prima.

Simonetta Ferrero Delitto della Cattolica Milano 1971
Simonetta Ferrero

La medesima giornata in cui viene ritrovato il cadavere il dottor Caracciolo della squadra mobile, in chiusura alla sua analisi del delitto, sostiene parlando del possibile assassino: «È arduo rintracciarlo dopo 48 ore quando ha avuto tutto il tempo per allontanarsi e far perdere le sue tracce». Sarà, purtroppo, ottimo profeta.

Il 30 luglio 1971, nella chiesa dei santi martiri Gervaso e Protaso, vengono celebrati i funerali della povera donna. Nessuna autorità presente alla partecipata funzione che raccoglie nel luogo di culto tutti i milanesi rimasti in città.

Leggi anche la storia di Valentina Tereškova, la prima donna nello spazio

Indagini e indagati

Il giorno del delitto l’Università era quasi vuota, eccetto i custodi, un gruppo di docenti e alcuni operai che quella mattina stavano lavorando al pianterreno con un martello pneumatico. Interrogati, sarà accertata la loro più assoluta estraneità ai fatti. Come anche per il giovane seminarista veneto che ha scoperto il cadavere di Simonetta: anche per lui nessun movente e nessun indizio.
Saranno interrogati anche vari mitomani e maniaci che gironzolano nei pressi dell’Università: tutti hanno un alibi per sabato 24 luglio.
Più avanti negli anni sarà intrapresa la pista di un probabile serial killer. A Milano tra il 1970 e il 1975 ben undici donne vengono uccise da una mano ignota, perlopiù prostitute, ma anche ragazze semplici come Simonetta. Tutto si conclude con un buco nell’acqua.

Giunge il 1994 quando un’anonima lettera riapre il caso: nella missiva si comunicava che negli anni in cui viene commesso il delitto della Cattolica, un religioso di origini venete aveva subito l’allontanamento dall’ateneo perché accusato di molestare delle ragazze.
Anche in questo caso la segnalazione non troverà alcuno riscontro.

Tarda mattinata di un sabato di fine luglio, un’Università praticamente deserta, pochissimi testimoni, un bagno pieno di sangue e tracce, ma le analisi scientifiche sono ancora in fase embrionale, perciò è come se gli indizi fossero pari a zero. Nei bagni dell’Università va in scena il delitto perfetto; è il delitto della Cattolica.

Simonetta Ferrero Delitto della Cattolica Milano 1971
L’Università della Cattolica oggi

Eredità del caso

Di Simonetta Ferrero oggi rimane una piccola fototessera in bianco e nero che a quasi mezzo secolo di distanza ci lascia soltanto un magone allo stomaco per un omicidio mai risolto.
Tante le domande rimaste insolute. Chi voleva uccidere Simonetta? Dove è finita l’arma del delitto? Ma anche: perché quella mattina di sabato Simonetta si trovava alla Cattolica, in un ateneo praticamente chiuso, con esami e lezioni conclusi? Doveva davvero prendere quelle dispense? Perché ha fatto quella maledetta scelta?

Un delitto irrisolto, quasi dimenticato, e che anche le centinaia di studenti che ogni anno si iscrivono e studiano alla Cattolica, passeggiando di certo anche per la famigerata scala G, teatro del mostruoso omicidio, bellamente ignorano – complice la mancanza di una qualunque targa che possa ricordare ciò che è avvenuto quella mattina di sabato 24 luglio 1971.

Antonio Pagliuso

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