Intervista allo scrittore Vito Catalano, nipote di Leonardo Sciascia

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Vito Catalano

Lo scrittore Vito Catalano, nipote di Leonardo Sciascia, nel corso di un incontro “Verità ed amore” organizzato dall’Università della Terza Età di Lamezia Terme, presieduta da Costanza Falvo D’Urso, ha raccontato il nonno attraverso i suoi ricordi conservati gelosamente nei suoi primi 10 anni di vita, anni decisivi per la formazione dell’uomo secondo lo stesso Sciascia

L’incontro è stato un omaggio al grande scrittore Leonardo Sciascia nel trentennale della sua scomparsa.

Vito Catalano per l’occasione, conversando con la stampa, ha messo in luce il ricco profilo biografico e culturale di Sciascia con particolare riferimento al suo pensiero, alla  sua umanità, al suo modus vivendi e all’eredità lasciata soprattutto alle nuove generazioni mantenendo così viva la memoria del nonno sia come scrittore che come uomo.

Vito Catalano è nato a Palermo e vive fra la Sicilia e la Polonia. È autore di tre romanzi storici: L’orma del lupo, Il pugnale di Toledo e La sciabola spezzata. Da qualche mese è in libreria La notte della colpa.

Lei è nipote di Leonardo Sciascia per via di sua madre Annamaria, la figlia più piccola dello scrittore. Quando suo nonno è scomparso lei aveva quasi 10 anni e mezzo. Di quel periodo, anche se era ancora piccolo, che cosa ricorda con piacere di suo nonno? 

Mio nonno diceva che i primi 10 anni di vita sono quelli che formano un uomo, quindi ho fatto  in tempo a trascorrerli tutti vicino a lui. Di quel periodo ricordo che mio nonno coltivava il mio interesse per Napoleone Bonaparte e quando tornava dai viaggi mi portava degli oggetti che mi richiamavano in mente   l’imperatore dei francesi. Spesso con mio nonno stavamo insieme nella casa di campagna di Racalmuto  dove  mi raccontava delle  storie di banditi siciliani ,  carabinieri e altro. Erano racconti che io gli chiedevo e che mi piaceva ascoltare.

Ha talvolta avvertito la pesante eredità di essere nipote del grande scrittore Leonardo Sciascia?

Non ho mai sentito questo peso  piuttosto l’ho avvertito come fortuna e come un’ombra  che si è rivelata sempre benevola. Sono contento del nonno che ho avuto,  a cui sono molto legato e di cui parlo volentieri.

  La sua poetica ha influito in qualche modo nei suoi romanzi?

Questo è difficile  a dirsi, ma credo di sì. Comunque   devo dire di aver subìto anche l’ influenza delle opere di altri scrittori. Perciò  mio nonno, che è uno scrittore che amo e nel contempo un nonno che amo, mi ha inflenzato  con i suoi libri allo stesso modo degli altri scrittori che amo.

Le è capitato qualche volta che qualcuno lo abbia confrontato con suo nonno in senso positivo o negativo? 

No, non mi è mi capitato  anche perché, non lo devo dire io,  il confronto non regge essendo mio nonno uno scrittore  classico della letteratura europea e quindi non esiste in me l’idea di qualsiasi  confronto.

 C’è qualche analogia tra la sua scrittura e quella di suo nonno? Qual è il genere che preferisce tra i suoi romanzi?

Non mi è facile rispondere perché  dovrebbero essere i lettori a individuare le caratteristiche e i punti di contatto che intercorrono tra la mia scrittura e quella di mio nonno.  Però è sicuro che quando scrivo voglio essere chiaro ed essenziale come lui: almeno queste sono le mie intenzioni e in questo senso voglio somigliare a lui. Tra i libri  di mio nonno preferisco quelli di carattere storico perché mi affascinano di più rispetto ai romanzi gialli.

 C’è qualche libro che lo affascina in modo particolare?

Sì,  Il consiglio d’Egitto, Todo modo, il Cavaliere e la morte

     Nel combattere la mafia suo nonno, secondo una diffusa opinione,  è entrato in conflitto con i rappresentanti dell’antimafia che critica perché gli sembra che una certa lotta alla mafia finisca con l’essere anche un mezzo per un più veloce avanzamento di carriera. Sembra esplicito  il riferimento a Paolo Borsellino per cui ricevette alcune critiche da vari esponenti della lotta di Cosa Nostra, tra cui Giovanni Falcone. Potrebbe chiarire questo punto controverso?

No, in realtà mio nonno non si è mai espresso in modo negativo su Borsellino, anzi, in seguito a quanto accaduto, si sono incontrati, hanno pranzato insieme.  Semplicemente mio nonno avvertiva un certo pericolo nel fatto che essere dell’antimafia poteva costituire uno strumento di potere però senza alcuna allusione a Borsellino nei confronti del quale mio nonno non aveva nulla . Il pericolo, che mio nonno aveva  paventato con molto anticipo, si sarebbe rivelato più tardi. Infatti adesso parliamo di numerosi casi di cronaca già preannunciati trenta anni fa.

  Come ha vissuto suo nonno l’ultimo periodo della sua vita  segnato dalla sofferenza a causa di una malattia che certamente  avrà frenato o interrotto la sua intensa attività letteraria? 

Da un lato   era sereno e rassegnato perché convinto di  aver vissuto la sua vita, da un altro lato era dispiaciuto di dover abbandonare la vita che amava tanto. Aveva quasi 69 anni. Diceva alla figlie:«Io la mia vita l’ho fatta», ma è chiaro che  il dolore lo tormentva perché costretto a lasciare le cose che gli piacevano. E ce n’erano tante.

 Ha lasciato qualche opera incompiuta?

No, perché , prima di morire,  è riuscito a finire e a pubblicare l’ultimo libro “Una storia semplice”.

Lina Latelli Nucifero

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