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La nostra ultima prima cena – intervista a Gianluca Vetromilo e Achille Iera

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Giovedì 15 febbraio al Teatro dell’Acquario per la rassegna Matrioska Teatro, organizzata da Il Filo Di Sophia, sarà di scena La nostra ultima prima cena di Gianluca Vetromilo e Achille Iera. Stanotte ho sognato un elefante: poi ho incontrato Gianluca e Achille ci sarà un motivo?

Valentina: Allora, parlatemi un po’ di questa vostra strana ultima prima cena… chi vuole iniziare? Anzi, partiamo proprio dal titolo del vostro spettacolo…

Achille Iera: Bè, il titolo è uguale allo spettacolo dello scorso anno: e nasce dall’idea di questa sorta di appuntamento…

Gianluca Vetromilo: …dalla visione dell’appuntamento, come se fosse sempre l’ultimo. Con l’incertezza, sempre, di rivedere quella persona…

AI: … o di non rivederla. O con lo stupore, e la meraviglia, di vederla ogni volta.

GV: Con lo stupore e la meraviglia della prima volta! Quindi, ogni volta è il primo appuntamento.

AI: Evidentemente, però, un amore poco consapevole. C’è nella storia quest’esplosione di sentimenti e di contrasti che creano turbini e tempeste in un personaggio che non sa mai veramente se quel giorno è l’ultimo della sua relazione. Ma intanto viene preso da quest’emozione e la vive davvero come se fosse ogni giorno il primo (o l’ultimo) giorno.

 

LO SPETTACOLO

VA: Ma il testo come nasce? Cioè, da chi nasce? Da entrambi, l’ha scritto Gianluca o Achille poi ha inserito qualcosa rappresentandola…?

AI: Bè, diciamo che il testo nasce da una traccia scritta da Gianluca sulle macerie di quello che era il vecchio spettacolo (non una prima stesura, proprio un altro spettacolo), nel senso che ora la drammaturgia è proprio cambiata. Partendo poi da quel tipo di presupposto e di idea, da questo “amore disagiato”, Gianluca si è messo a scrivere una nuova storia tentando di incastrarla in un tessuto sociale e culturale molto ben delineato.

GV: La prima versione, quella che vogliamo chiamare la prima versione, era la ricerca del personaggio stesso e del suo disagio, della sua collocazione emotiva e caratteriale. Lo stesso personaggio che poi in questa nuova versione si è trasformato proprio perché (o anche perché) collocato in un preciso contesto sociale. Senza trascurare però l’attitudine in cui si è trovato: quindi ha continuato a definirsi insieme a tutta la storia. Certo, la storia d’amore, presente fin dall’inizio, si è mantenuta: ma la ricerca del testo è stata dettata dal luogo. Per lo più, La Nostra Ultima Prima Cena parla di una storia d’amore negata non dai soggetti ma da quello che le accade intorno…

AI: …che non solo condiziona, ma ammala il sentimento, il rapporto. Quindi qualcosa che nasce con l’onestà e la bellezza dell’amore si trova ad essere contaminata e sporcata da tutto quello che c’è intorno.

VA: Nel primo spettacolo, l’anno scorso, c’era Achille che si spogliava materialmente, perché levava i suoi vestiti, ma anche psicologicamente, perché si spogliava da un qualcosa che lo opprimeva.

AI: Diciamo che da un lato c’era il tentativo di spingere fino in fondo il senso di disagio, di renderlo reale: spogliarmi davanti al pubblico che in quel momento era la mia donna era proprio spingere al massimo quell’imbarazzo. Però d’altro canto c’era un tentativo di onestà per mettersi a nudo nell’altro senso. Due cose che si sono incrociate.

GV: …la scena si chiudeva poi con lui che cercava di liberarsi proprio da queste “farfalle nello stomaco”, l’unica cosa rimasta della sua relazione finita.

 

FARFALLE

VA: La farfalla, il simbolo..

GV: Si, è l’unica cosa che è rimasta e che si è ben definita nella drammaturgia, e per questo è rimasta sulla locandina. Non è normale che un uomo abbia tutte queste conoscenze sulle “farfalle”, invece un ragazzo che va a scuola e studia scienze si; inserirle quindi in una determinata azione nello spettacolo acquista adesso il suo senso.

Forse non sono stato chiaro… ma non posso e non voglio dire di più, per non spoilerare qualcosa dello spettacolo!! Dal punto di vista drammaturgico, mi piace il fatto che ci sia una ricerca costante di qualcosa di nuovo: in questa storia non c’è un vero protagonista. Generalmente a teatro (ma non solo) si identifica il protagonista con chi sta narrando la storia, specie nei monologhi: in questa storia invece non è molto chiaro neanche a me il vero protagonista, forse ci sono una serie di protagonisti di cui si parla meno… mi piace andare in questo verso. Tu spettatore ti immedesimi nel personaggio che vedi in scena, però non sempre è lui il personaggio al quale dovresti affezionarti…

VA: E infatti questo ti volevo chiedere: oltre ad Achille, in realtà io li ho visti gli altri personaggi l’anno scorso: tutte le donne, a partire dalle bambine che la voce narrante conosceva fin dalla scuola. Tutte loro le hai mantenute? O se ne sono andate?…

GV: Più che altro ho compiuto una ricerca non tanto del personaggio, ma del suo carattere. Anzi, ho fatto una ricerca, uno studio su Achille. Tante storie erano proprio ispirate a fatti reali, era più uno studio che Achille aveva. L’unico personaggio rimasto è proprio lui, questo grande amore che si chiama Alice. E Achille è diventato qualcos’altro. Forse qualcuno che gli somiglia, ma non lui. Forse i fatti anche nella nuova versione sono realmente accaduti: ma a persone che neanche conosciamo. A volte forse non abbiamo la possibilità di coltivare un rapporto perché reduci da problematiche create in passato, siamo sempre figli del nostro passato, dei problemi di qualcun altro magari…

AI: Siamo inevitabilmente dei prodotti. La domanda che ci siamo posti -che poi è un’urgenza che interessa entrambi, e che forse alla fine permea lo spettacolo-  è: fino a che punto  il fatto di essere figli di problematiche (non sempre nostre o che dipendono da noi) può essere ingombrante e preponderante? Possiamo effettivamente essere felici? Senza scontrarci con queste dinamiche?

GV: Forse non stiamo rispondendo alle tue domande: ma forse è un bene, non trovare risposte.

VA: E non farle trovare, perché lo spettatore deve trovare le sue risposte, la sua interpretazione. Deve essere parte integrante del processo creativo soggettivo.

AI: Lo spingi ad esporsi.

 

IL MAMMUT

VA: Quindi dallo studio del testo arriviamo ad un completamento…

GV: Mah, abbiamo sempre però qualche titubanza… ma è un bene. È un problema di produzione e tempistiche di messa in scena: a me la fantasia non manca, mancano solo i soldi per metterla in atto! Quindi andrà fatto un accorgimento dopo la replica, però… ancora non l’ho trovato, non voglio fare cose che non mi piacciono, porto lo spettacolo a compimento per finirlo in maniera organica.

AI: Forse devo dire che ci siamo un po’ frenati da soli davanti ad una trovata (in scena) sensazionalistica che però poteva sembrare fine a sé stessa.

GV: Esatto. Non cerco il colpo di scena, la cosa bella che ti conquista ma che non ha una sua ben precisa funzione ed evoluzione, quella parte che ti fa esclamare “ooooh!”, in ogni cosa deve esserci un “perché”, se uso una cosa lo spettatore deve solo dire “che bella, è proprio naturale che venga così”. Non deve essere solo bella, deve avere un suo senso. Non spoilero nulla se dico che in scena abbiamo una sedia: ma la sedia diventa un sacco di altre cose, è l’unico oggetto che mi riporta in tante altre cose e situazioni. La sedia, ad esempio, ci voleva. In una scenografia molto misera, contiamo che il testo e l’attore e la musica porti il pubblico in un altroquando. Ecco, anche sulla musica stiamo facendo una ricerca: non porto in scena “solo” musica, ma parole e suoni che ti evocano qualcosa, che ti trasportano da qualche parte. Nella scelta delle musiche c’è molta suggestione e ricerca.

AI: Una cosa importante: abbiamo finalmente trovato il nome che pensiamo ci definisca bene. Mammut Teatro.

GV: Mammut inteso come componente tecnico!

VA: Come elemento terreno?

AI: Se vuoi, anche… ma la mia idea era di questo animale possente, pesante, ma anche simile all’elefante che per me ha una sua tenerezza tutta sua che nasce proprio dalla sua enormità: talmente strano, talmente ingombrante e impacciato da essere tenero. Però c’è anche tanto altro. L’idea nasce dal componente elettrico che serve per fare dei circuiti: questo strumento serve per collegare due fili elettrici. Quindi innesca il contatto!!…

GV: …e dà la possibilità al contatto stesso di diramarsi in altri contatti. È il punto di congiunzione tra energie diverse.

VA: E quindi si può parlare anche del vostro rapporto di lavoro… ma anche di amicizia.

GV: Io penso che in questo campo è fondamentale che ci sia un’empatia mentale, a prescindere..

AI: E si, è possibile lavorare insieme ed essere amici!!

GV: C’è bisogno di umiltà ed onestà, ed in Achille ho ritrovato questa cosa: la bellezza del Mammut è proprio questa, puoi smontarla e rimontarla in qualunque momento e modo, vederlo in un’altra prospettiva… ma alla fine è sempre lo stesso contatto che innesca il tutto. Oggi io scrivo e lui sta in scena: domani lui scrive e io sto in scena….

 

LA MERDA

VA: Ma lo porterete in giro?

GV: Questo è il primo vero banco di prova: speriamo piaccia alla gente, vediamo se qualcuno mi dirà di portarlo avanti o in giro. Ma non ti nego che la volontà c’è.

VA: è anche bello far vedere che la Calabria produce calabresi che sanno fare e possono fare cose belle…

GV: Si, voglio mostrarlo fuori dalla Calabria e ho la presunzione di dire che voglio che giri per far vedere da dove vengo.

AI: La ricerca sul personaggio, il tipo di approccio che ha cercato Gianluca e abbiamo portato in scena entrambi- si rifanno ad un immaginario che non poteva prescindere dall’uso di un dialetto calabrese. Nel senso che lo spettacolo è scritto e interpretato da un idioma contaminato: lo riconosci come calabrese, percorrendo anche lo studio su alcuni suoni che ci sono piaciuti in maniera particolare.

GV: Non è un dialetto: si, c’è una cadenza, c’è un suono che riporta al dialetto, ma non ci sembrava il caso di riportarlo in dialetto stretto, perché io per primo quando non capisco bene il testo mi perdo ed “esco fuori” dallo spettacolo, ed è un rischio che abbiamo voluto assolutamente evitare, è il rischio del dialetto. Quindi abbiamo riportato un idioma a metà strada, anche per dare un senso di appartenenza.

AI: Perché anche noi siamo prodotti di una terra.

GV: Quando mi ritrovo a notare le cose che non vanno in giro, ma poi ognuno continua a farle, penso spesso che alla gente piace la merda. È una cosa che ce l’ho in testa da due anni: alla gente gli piace la merda. A volte lo dico anche su di me, che faccio cose che idealmente non farei mai, ma poi sono contaminato…

AI: A volte parliamo della merda per ore…

VA: Allora chiudiamo proprio con la merda…

AI: si, perché a noi ci piace così.

 

 

Valentina Arichetta