Ancora sugli strumbuli… Una radiocronaca letteraria più una riflessione etimologica

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“FHILICI, DUA STRUMBULA SHI FHICI”

di Francesco La Scala

Con un salto acrobatico dal quarto gradino del “vignanu”, Fhilici atterrò in mezzo alla mandria di capre che sostava sotto casa sua per la consegna del latte, appena munto, al vicinato. Avanzò, immerso fino al petto tra corna e velli, reggendo a braccio teso una fettina di pane “untata ccud’uagghjiu” e mi sbarcò davanti. Dai suoi pantaloncini corti fuoriuscivano due tasche rigonfie, che penzolavano fino alle ginocchia.

I suoi occhi leggermente “streuzi” ammiccavano raggianti: in quelle “dua viartuli di sacchi” doveva nascondere certamente un tesoro. Anche il canetto che lo seguiva ovunque si “stranghjiava” dalla contentezza, percependo il fitto mistero.

“M’accumpagni dduvi Mastru Fhilici Urrandu ca mintimu i mazzi a sti dua strumbula chi  m’hanu rigalatu alla Fhera?” – mi disse- sbocconcellando il pane e tirando fuori dalle tasche, con compiaciuto sforzo,  “dua strumbula” immacolatamente nuovi.

“Chistu è na pirnuzza, ma chistu ccà veni ssicuru na rastillera ca è tuttu chjinu i nudura!” -continuò.

Non mi dette il tempo di dire: “Jamu và!” , che si rituffò nella mandria e riemerse trionfante con una pallottolina di sterco di capra fra le dita: “Chista a mintimu n’tro grubbu nduv’u Mastru c’azzicca lla mazza alla pirnuzza….e vvà cumu nu tirri! All’autru strumbulu ‘un cia mintu ca u tiagnu ppi servu d’i piconi”.

Mi meravigliai, scendendo con lui dalla Miraglia, per le conoscenze approfondite che sfoggiava in materia di “strumbula”. Capì che giocava con il tiro “supramanu”, violento, difficilissimo e letale perché poteva spaccare in due “u strumbulu alla merca!”.  Io non ero nemmeno capace di farlo girare “a tiralazzu”. Nell’aristocratico “casting” delle sfide sarei stato respinto senza pietà come eterno principiante.

Passando per la Pescheria, mentre ero assorto nel commiserarmi, udimmo la voce cavernosa dello Zio Pietro, figura ciclopica dalle lanose gote, che, quella mattina, esaltava la freschezza dei suoi pesci in vendita : “Strumbi, strumbuli chi zumpanu, a ciantu liri u chilu!”. Si trattava di sgombri, si sa, ma mi colpì la coevità casuale e l’assonanza fonetica con il rito che andavamo a celebrare con Fhilici alla “fhorgia”.

Dissi, fra me e me, che il mare non aveva nulla a che vedere con i nostri “strumbula”.

“U mastru”, appena giunti, ci mise in fila appresso ad un asino cui doveva mettere i ferri nuovi. Il profumo di unghie bruciate era inebriante, penetrante da stordire: un battesimo da iniziati. Chiacchieravamo intensamente interrogandoci se “u ciucciu era cuntiantu ppi lli scarpi novi”,  quando fummo chiamati bruscamente dal Mastro per sbrigare la commessa che ci riguardava.

Fhilici si fece avanti dicendo: “Shummà, a mazza a sti dua..!”

“U shapìa! È nnu misi chi m’è arrivata a mbasciata ‘i patritta , Fhilì! Viani ccà” – e cominciò a lavorare di pinze e martello intorno a dei chiodi già roventi, mentre Fhilici tentava di inserire pezzettini dello sterco di capra nel buchino dello “strumbulu” preferito: la futura pirnuzza.

L’austero maestro sì girò per inserire la mazza incandescente e, avvedutosi della manovra arcana del mio amichetto, apostrofò : “Fhilì, sh’azziccu storta sta mazza, a vogghjia i pallotti i crapa chi ci vulessiru!”. E trafisse la “pirnuzza” con un ghigno feroce.

L’altro strumbulu era rotolato furtivamente dietro al mantice per evitare il supplizio, ma fu trafitto inesorabilmente anche lui mentre “u Mastru”, soddisfatto dell’opera,  raccomandava a Fhilici: “Tiani ccà, mò curcali ntr’e pallotti ‘i crapa e cantacci a ninna ppi tri juarni!”

Alla sera ci rincontrammo con Fhilici , per via delle nostre interminabili scorribande per il paese, alla Craparizza, mentre il sole calava nel mare e lasciava intravedere il profilo di una bella montagna: “U shai cumu si chiama ? – mi disse, roteando gli occhietti “streuzi”- “Strumbulu, puru illu!”.

“E llu mari nuastru e chjinu i strumbuli, illu puru!” – aggiunsi io.

Una finestra etimologica

per aprirsi ai segreti del nostro dialetto

In questo brano sono raccolti a grappolo alcuni termini desueti del nostro dialetto facenti capo ad un unico etimo cardine, da cui traggono origine diverse configurazioni semantiche, formatesi per apofonia.

La radice principale cui si fa riferimento è “στρέφ-streph”, dalla quale si forma il verbo “στρέφω – strepho”,  che significa “girare, voltare, avvolgere, torcere, ruotare intorno a un asse, etc.” e che abbraccia un’ampia famiglia semantica di termini affini.

Da “στρέφω – strepho” nascono “στρόβος-stróbos” e “στρόβϊλος –stróbilos”,  entrambi designanti la “trottola” ( niente a che vedere con il latino che usa il termine “turbo”). Nel nostro dialetto abbiamo trattenuto saldamente la versione greca più lunga “στρόβιλος – stróbilos”  cioè “strumbulu” (o strummulu nei dialetti limitrofi ed in siciliano).

Il successivo termine di questa famiglia, usato nel brano, è “streuzu”,  che per noi significa “storto” (uacchji streuzi, raggiunamentu streuzu – occhi storti, ragionamento sballato). Può ricondursi a “στρεβλός – streblós”,  che significa appunto “strabico” riferito a persona e “storto, curvo” riferito ad altro. E inoltre anche il verbo “στρεύγω- streúgo (tormentare, affliggere)”, molto vicino foneticamente a “streuzu”, richiamerebbe l’idea di sguardo tormentato o afflitto da difetti e comunque di situazione in generale distorta, afflitta da sconvolgimento.

Infine, il canetto che si “stranghjía”,  cioè si stiracchia. Il verbo dialettale è ormai poco usato ma molto noto: “stranghjíari”. Anch’esso può derivare dal termine greco “στραγγός – straggós”, che designa qualcosa di “torto, contorto, irregolare”  e dal verbo “στραγγίζω – stragghízo (da leggersi stranghízo)” , contorcere, strizzare.

Ciò che infatti facciamo quando ci stiracchiamo è uno stiramento o contorcimento per strizzare via il torpore dalle membra. Anche in questo caso si registra una trasformazione per apofonia della radice “στρε• – stre•  in στρα• – στρα•”, per veicolare sempre un significato diverso di torsione, giro, rivoluzione, involuzione circolare.

A cura del prof. Francesco Polopoli,

che ha raccolto le brillanti notizie di Francesco La Scala che, insieme al fratello Benito, è punto di riferimento per i saperi della nostra piana.

 

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