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Sui rischi della lettura

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Leggere è un rischio? Allora corriamolo

“Nella lettura i rischi sono ovunque. A volte li corre il testo, a volte li corre il lettore. Altre volte anche l’autore”, ci dice Alfonso Berardinelli nel saggio Leggere è un rischio (Nottetempo). Un testo che pagina dopo pagina ci invita a una riflessione sapiente sull’atto della lettura.

Certo, potrebbe apparire insolito imbattersi in un testo che ci vuol mettere in guardia dai “pericoli” che può correre il lettore; considerando invece la quantità di libri, articoli e saggi che ci elencano in modo più o meno dettagliato i benefici di una lettura continuativa e consapevole. Berardinelli non si propone di fare il contrario, cerca di fornirci però un diverso punto di vista su un atto che pratichiamo in maniera automatica e scontata.

Quelle che ci propone non sono insomma insidie che minacciano di allontanarci dai libri, tutt’altro. Probabilmente alla fine saremo più contenti di far parte della folta schiera di appassionati lettori che si lasciano guidare da sogni e memorie, saperi ed esperienze presenti in quelle pagine rilegate.

“Leggere, voler leggere e saper leggere, sono sempre meno comportamenti garantiti. Leggere libri non è naturale e necessario come camminare, mangiare, parlare o esercitare i cinque sensi. Non è un’attività primaria […]. Viene dopo, implica una razionale e volontaria cura di sé”.

Una volontaria cura di sé come privilegio, forse a scapito dei rapporti con la collettività; presuppone un certo grado di introversione che di converso permetta, mentre si legge, di uscire da se stessi per sondare ciò che si è davvero e per entrare in un mondo altro.

Dunque uno dei maggiori rischi potrebbe essere quello della solitudine, non solo e non tanto una solitudine fisica (che pure mettiamo in atto quando decidiamo di leggere), bensì quella del sentire e del percepire. Di scoprire una diversità di pensiero che ci allontana dai più ma che ci avvicina ad altri, senza per questo aver paura dell’alterità.

Attenzione allora alle letture più rischiose, quelle che ci suggeriscono (o impongono, a seconda dei casi) di “cambiare vita, di fuggire dal mondo o di trasformare radicalmente la società”. Sì, i libri possono avere questo amabile potere, ma solo se ci lasciamo contagiare. Per subirne il contagio bisogna leggerli con viscerale passione e con una certa dose di ingenuità, quanto basta per sospendere l’incredulità e credere a quello che si legge finché lo si legge.

La figura del lettore diventa ovviamente centrale, perché è attraverso l’atto che pone in essere che l’esperienza del mondo viene filtrata da uno sguardo ulteriore: è il filo che unisce il mondo librario a quello reale. Il lettore non è agente passivo che si limita a girare le pagine leggendo un’accozzaglia di caratteri che non riesce realmente a comprendere, ma dà vita all’opera che si trova sotto gli occhi attraverso la sua interpretazione e la sua critica. Che ne sia consapevole o meno, verrà portato dove non immaginava di poter andare.

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Il critico letterario e saggista Alfonso Berardinelli ci mette però in guardia anche su altri tipi di rischio a cui va incontro il lettore: dal rischio di voler a suo volta diventare scrittore, e quindi rischiare di soffrire perché il lettore lo giudicherà, al diventare critico letterario e scontentare gli autori in cerca di lodi che soddisfino il loro ego.

Sviluppare lo spirito critico, seppur considerato un rischio,  ci rende però più individui e meno massa soprattutto in virtù del fatto che, come afferma lo stesso Berardinelli, quella del critico non è più un’attività riservata a pochi eletti, ma una democraticamente esercitabile.

Non è forse positivo farsi sorprendere e contraddire dai fatti? In quanto critici impariamo ad amare qualcosa che non ci si aspettava di poter apprezzare. “Per un critico è importante essere iconoclasta. Demolire i falsi idoli libera la mente e la prepara ad apprezzare il meglio”.

A fronte di questi rischi, l’unico modo per uscirne vivi è avere ben chiaro che la lettura è consapevolezza, libertà, ri-scoperta di prospettive nuove.

Preso allora atto di questi pericoli, seppur qui vagliati sommariamente, le domande sono due: perché leggiamo? Ma sopratutto, siamo disposti a correre il rischio?

Valentina Dattilo