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Il vaccino ci salverà…Ma anche Dante

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Dante

Erano gli anni settanta, più precisamente la primavera del ’71 , non proprio ieri

L’ esame di filosofia teoretica, col prof. Petruzzellis  alla Federico II di Napoli, era il mio incubo notturno  ma anche il piacere della scoperta del pensiero più profondo e emozionante, pur nella difficile comprensione, ancora oggi  lettura del mondo e dell’ umano di ogni tempo e ogni luogo.

Non so, per quanto mi sforzi di ricordare, come nel corso del colloquio col prof mi venne di usare il verbo “servire” , non riferendomi certo né  alla metafisica, ontologia, teleologia e quant’ altro.

Non l’avessi mai fatto!

Mi sarei giocata l’esame se non avessi avuto la prontezza di dire:
«la filosofia a nulla serve, proprio perché priva del legame di servitù è il sapere più nobile»
[Met, I, 2, 982b], dal primo libro della Metafisica Aristotele.

Quante volte le mie studentesse – uso il plurale femminile perché erano sempre più numerose – ad inizio corso mi rivogevano la stessa domanda, e io davo la stessa risposta.
Ancora oggi, spesso in quel luogo del cuore che è la scuola, sentiamo l’eco di  domande simili “che me ne faccio di Dante? ”
E, allora, cercheremo qui di dare possibili risposte.

La filosofia, la letteratura “servono” per una imprescindibile condizione umana che è data da un’attenta educazione sentimentale.

Sono discipline che riescono a trasmettere risonanza emotiva da cui, appunto, si apprende il sentimento, conquista fondamentale dell’ uomo, qualcosa che non abbiamo come dote naturale ma come evento culturale.

A tal fine ho sempre privilegiato dare spazio, come bagaglio formativo, conoscitivo e sentimentale, alle narrazioni mitiche, sia come scavo archeologico della nostra magnogrecità, sia come incipit al logos e, in special modo, come percorso per riscoprire sentimenti umani  e passioni , da sempre uguali agli uomini di ogni tempo,  per un viatico alla ricerca dei sentimenti perduti…

A cosa serve la filosofia, a cosa serve la letteratura, e di Dante che m’importa?

Sono, altresì, dono inestimabile del nostro grande patrimonio culturale, colmano il gap di un’umanità che ha perso l’umano, sono la meraviglia e lo stupore che tornano a colpire le nostre sinapsi e si trasformano in emozioni e sentimenti: amore, gioia, speranza ma anche disperazione, dolore, angoscia, paura, noia.

Solo se siamo in grado di riconoscerli, li affronteremo con consapevolezza e coraggio, daremo senso, ristoro e crescita alle nostre vite.
Solo qualche terzina.

Dall’ incontro col maestro Brunetto Latini

«Se tu segui tua stella
non puoi fallire a glorioso porto
se ben mi accorsi nella vita bella»

Il maestro riconosce il discepolo e, con meraviglia di entrambi, si materializza ancora quella magia tra maestro e discepolo che tocca mente e cuore; una relazione che nasce quando a condurre l’incontro è l’ amore che dal maestro trasuda per la disciplina che insegna, quella strada che indaga e scopre talenti per essere eterni, per fare cose grandi nella vita, che scopre l’unicità di ogni singolo non nell’aldilà, ma hinc et nunc.

E, ancora,  la “nobilitate” della lingua volgare, della lingua materna, di valore aggiunto agli idiomi di ogni territorio del Paese, di cui abbiamo esempi e opere di sicuro impatto emozionale e memorativo.

E il suo messaggio alle donne, ancor di più nei passaggi più intensi e tragici  con le due protagoniste, Francesca da Rimini e Pia dei Tolomei, uccise da chi diceva di amarle.

Una pietas espressa con terzine immortali, manifesto contro i femminicidi , che il “sommo poeta”, “immenso uomo”, lascia quale consegna ai posteri.

«Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.

Amor condusse noi ad una morte.
Caina attende chi a vita ci spense».

La pietas per Francesca, le sue parole immortali, il controcanto di Paolo , dolcissime ed eterne.
Sentenza  dura per Gianciotto  Malatesta , atteso nel girone dei caini .

E  «Ricorditi di me, che son la Pia;
Siena mi fé, disfecemi Maremma:
salsi colui che ‘nnanellata pria
disposando m’avea con la sua gemma“.»

A parlare è Pia dei Tolomei, uccisa dal marito che la fece precipitare dal balcone del suo castello della Pietra, in Maremma, presumibilmente punita per infedeltà,  secondo altri per volontà di lui di passare a seconde nozze.

Francesca, Pia, Piccarda Donati, Costanza d’Altavilla, Matelda, Beatrice…

Insieme a Dante, nel Dantedi’, festeggiamo le tante donne da lui narrate, ormai eterne.

Leggere e commuoversi leggendo Dante ci insegna a vivere, ci dona il viatico per uscire dalle crisi, è una terapia per ogni tempo.

Ci salverà il vaccino, ma anche la bellezza…rileggiamo Dante, come fecero nel ‘300 dopo la peste.

Michela Cimmino