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Franco Costabile alle elezioni: «istruzioni per l’uso…»

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Franco Costabile alle elezioni: «istruzioni per l’uso…»

Sin dal battesimo siamo chiamati ad improntare il nostro comportamento a princìpi valoriali che diano senso ad un territorio: siamo un popolo sacerdotale, profetico e regale, a dirla con i documenti conciliari!

Per Franco Costabile, il poeta vicinissimo ad Ungaretti, questa «Triplice Intesa» appare piuttosto appropriata, dal momento che, attraverso la sua versificazione, è:

1) un Vate della comunità, alla pari di un Carducci, per fare un confronto immediato dello stesso conio;

2) un Profeta, nella rilettura attuale del suo pensiero impaginato, traducibile, nell’analisi logica, con un bel complemento di tempo indeterminato (sembra parlare d’oggi in un continuum che si trascina da un lontano ieri);

3) un Pubblico ufficiale nel suo ufficio regale, che lo abilita a fare del proprio meglio, partendo dalle regole del servizio, ricorrendo alla penna per dare, dandosi.

Di lui, comunque, lungo il percorso sambiasino che fa snodare estratti dei suoi pensieri densi e condensati, tra le pareti del suo rione natale, mi ha un colpito un testo che sembra scritto, sia pur lapidariamente, per il countdown delle prossime elezioni.

Nel distico finale di questa lastra marmorea l’autore de la Rosa nel Bicchiere parla di un onorevole: beh, noi ne contiamo due, ad esseri sinceri!

E a questo punto si fa doveroso un piccolo inciso: in una Lamezia con due Onorevoli la tensione si farà presto febbricitante tra sostenitori dell’uno e dell’altro, quasi sicuramente!

Guelfi e ghibellini o Capuleti e Montecchi in versione aggiornata: a parte questo, non so perché, ogni qualvolta si corre al voto, mi si presenta pure l’immagine di Piazza Affari, in quel mercato dei titoli, misurato in percentuale, che prendiamo bonariamente, per un’onestà di un’inconsapevolezza, che sappiamo di pagare a prezzo salato, poi!

Ma torniamo a noi, trascurando questo parentetico volo pindarico, a mo’ di attitudinale divagazione, la mia! «Elezioni, processioni, damaschi sui balconi», dice il nostro Poeta della Miraglia: mi verrebbe da dire, sulla scia di questi versi, quanto un gattopardismo tutto meridiano si coniughi ancora con un immobilismo paralizzante. «Perfino» oggidì, dalle nostre parti, il «perfido» voto scampana al numero civico delle nostre abitazioni, a meno che ce lo siamo risparmiato tra quegli incontri fortuiti in città, tra l’altro molto accesi di slancio ma solo per riapparire al lustro successivo: questa è roba da uomini illustri (mi direte!) che, intanto, si affollano nelle stamperie per autorappresentarsi in un bel gonfalone. Perché? Semplice: per fare maggiore «Presa diretta», senza riferirmi alla trasmissione di una delle tre Reti nazionali, per la cronaca, piuttosto attenta alle vicende di non poche aree del Sud, senza essere, la nostra, un’eccezione!

Ora, c’è un termine che nel frasario costabiliano suscita la mia particolare attenzione: quello di damasco, che chiamo subito all’appello!

Si sa che la poesia coinvolge più significati, polisemica è definita, tecnicamente parlando e tautologicamente ripetendomi.

In questo caso, scartando volutamente l’opulenza, a me suggerita dai tessuti di pregio (i damaschi, per l’appunto), anche per il profondo rispetto che nutro verso una città, la nostra Lamezia, il cui dissesto non è indifferente, così come evitando il riferimento ai fucili con canne di damasco, per svaporare quell’aria di padrino, che ci stanno appioppando dopo tre scioglimenti comunali, preferisco, se mai, nell’accezione paolina, sposare l’idea della via di Damasco: una strada per la conversione, come per l’Apostolo, per voltare pagina, una volta per tutte!

Solo così la poesia, quella del nostro Conterraneo, si farà guarire dalla Politica: e la nostra città merita di essere presa per il verso giusto, senza se e senza ma! Altrimenti, epigraficamente, ripeteremo all’infinito uno strano tempo che è il futuro (dilatato) del passato: «chi perse il credito, chi perse il fiato, chi la collottola e chi lo Stato», e non è giusto, benché lo abbia scritto il carissimo Giusti, lo scrittore di altre Terme, quelle di Monsummano, eh sì!

Prof. Francesco Polopoli