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Il numero tre nei nostri modi di dire

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È un numero che assomma il senso compositivo della nostra cittadella, che per natura adottiva è ternaria da più di un cinquantennio: nel nostro caso, però, è l’accezione sacrale, cui siamo abituati facendoci il segno della croce sin da bambini, ad aver filtrato i nostri modi di dire, fino ad arrivare a considerazioni a volte anche frizzanti ed esilaranti. Vediamone qualcuno…

Premesso che «omne trinum est perfectum» («ogni cosa trina è perfetta»), comprendiamo le ragioni per cui «᾿un c’è ddua senza tri!».

Tale principio vien considerato sacrosanto da tutti i bevitori, e specialmente da quelli nostrani, i quali sono fermamente convinti che, nel bere, vada rispettata la regola aurea «o tri, o sia, o novi!» («o tre, o sei, o nove bicchieri!»).

Persino l’erudito latino Varrone, nelle Satire Menippee, parlando del numero dei convitati, scriveva che non dovessero essere meno delle Grazie (quindi, non meno di tre), ma non più delle Muse (dunque, non più di nove, che è multiplo di tre). Si può aggiungere ancora che, secondo qualcuno, il tre è da considerarsi numero perfetto, in quanto esso è il più vicino al valore del pi greco, ossia a 3,14, che – come è noto – è il rapporto tra la circonferenza e il diametro.

Dopo questo excursus passiamo ora ai nostri adagi lametini, con la consapevolezza di poterlo arricchire col contributo, come sovente è accaduto, di tanti facelettori.

 «Cricchi, crùaccu e mmànicu ᾿i ᾿ncinu» («crik, crok e manico d’uncino»): è un’espressione che si suole pronunciare con riferimento a tre individui molto legati tra di loro, ma soltanto per combinare pasticci.

È un uso topico che si ripete anche altrove nel nostro particolarissimo idioma: «i tri ddi l’Ariènti» («i tre dell’Oriente»), che è una sentenza sarcastica che si utilizza con allusione ad una triade di personcine molto affiatate fra loro, che si fanno vedere spessissimo insieme, magari nello stesso posto e non sempre per motivi lodevoli.

Più verosimilmente per raccontarsi le loro cose o soltanto per curiosare, credo, come da habitué: lo stesso copione, nella stessa versione di significato, ce lo offre il detto «i tre d’a chjazza!», ovvero «i tre della piazza!», che arriva a sottolineare implicitamente le loro abitudini nel cuore della vita cittadina.

Ometto la vista repellente che ti può far imbattere in qualche crocchio infelice: «muccu, reccatu e sputazza», decidendo di soprassedere per questione di delicatezza, solo per questa locuzione. Una curiosità: anche a Messina è frequente questa sequenza numerica sul piano dei motti popolari.

Ricordo «Triulu, Malanova e Scuntintizza», «Lamento, Cattiva Notizia e Scontentezza», «a Missina, sciroccu, piscistoccu e malanova non mancunu mai», «a Messina, vento brutte notizie e pesce stocco non mancano mai».  Insomma, quando questi tre soggetti o oggetti stanno insieme, inevitabilmente finiscono per rappresentare un trio sventurato, a meno che la buona forchetta si disinteressi del tutto di fronte ad una tavola ben apparecchiata.

La cucina, mi sa, è medicina dell’anima con numeri diversi: qui le specialità fanno raccogliere insieme urticanti e disponenti. Se talora ci salta il bacio di Giuda, non fa specie dai tempi del Cenacolo, ma non fa nulla.

La Passione presenta questo menù da due millenni oramai….

Prof. Francesco Polopoli

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