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La bella stagione. Gli esperti rispondono ai quesiti sul Covid-19 e sulla Fase 2

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La bella stagione

Dal dibattito svoltosi nel corso della trasmissione di ieri sera traspare un sentimento di cautela nei confronti di un virus ancora sconosciuto sotto tanti aspetti, tra ipotesi di rinnovo del sistema ospedaliero calabrese e nozioni mediche sulla malattia che ha sconvolto il mondo, resta ugualmente un senso di fiducia e di responsabilità nei confronti dei cittadini e delle regole comportamentali fin qui adottate.

Ospiti della trasmissione nella serata di ieri de “La bella stagione”, un programma di Nadia Donato e Maria Scaramuzzino, che da tempo ci accompagna in diretta streaming in questi duri giorni di quarantena e che ha messo a confronto cittadini, professionisti e politici sul tema dell’emergenza sanitaria in atto, sono stati il dott. Pietro Fabiano, il prof. Sebastiano Andò, il prof. Enrico Maria Trecarichi e il prof. Carlo Torti. Grandi esperti i quali hanno chiarito alcune delle domande che da tempo rimbalzano tra interviste televisive e carta stampata, fornendo un chiaro quadro di quale sia la situazione ad oggi in Calabria.

Ad aprire il dibattito l’intervento pieno di emozione del dott. Fabiano, urologo all’ospedale Giovanni Paolo II di Lamezia da quasi quarant’anni, che ha raccontato la sua esperienza di volontario in uno dei centri Covid di Ancona. Esperienza che lo ha messo di fronte ad una realtà cruda, ma nel contempo un’organizzazione sanitaria rigida e precisa contornata da un forte senso di solidarietà tra i colleghi sanitari. Dopo l’introduzione di Fabiano si è entrati nel vivo del dibattito.

Qual è il ruolo che i medici di famiglia dovrebbero avere, a partire da questa Fase 2?

A rispondere è il patologo Sebastiano Andò, direttore del Centro Sanitario dell’Università della Calabria di Cosenza. Si tratta di figure, quelle come i medici di famiglia, assolutamente da rivalorizzare, da considerare come primo referente da consultare qualora ci siano le avvisaglie necessarie che possano fare pensare ad un contagio per Covid19. Proprio la realtà come quella da lui gestita ha posto particolare attenzione su questa categoria, mettendo a disposizione 604 tamponi per verificare lo stato di salute dei medici di base del cosentino. È importante capire quanto il consulto a domicilio sia necessario in questa fase, solo così sarà possibile tutelare quelle fasce di età di terza, quarta generazione che hanno come primo interlocutore proprio il medico di base. È il momento di ripensare ad una riorganizzazione dell’assistenza domiciliare, considerando che la Calabria vanta tra i suoi primati non solo un alto numero di anziani, ma anche, in percentuale, una considerevole fetta di anziani che convive con almeno due patologie, circa il 23 per cento, terreno fertile per il Covid19. È necessario rigenerare una serie di strutture che mirino ad una nuova medicina territoriale, in questo caso, come le reti per patologie, decretate ormai nel 2015, ma qui ancora non attive.

Che cos’è il virus Covid19?

Il prof. Torti, direttore dell’Unità Operativa Malattie infettive Mater Domini di Germaneto, ce lo spiega facendo sua una citazione riferita all’importanza in momenti di grave crisi sanitaria delle grandi organizzazioni mondiali, come l’OMS, ma soprattutto all’importanza delle singole persone che costituiscono tali organizzazioni e al loro spirito di sacrificio e di totale dedizione alla causa. Per riprendere le parole del professore, la malattia in questione è una malattia bastarda, poco conosciuta e tipicamente sistemica, con molta probabilità perché attacca i vasi sanguigni e raggiunge così tutti gli organi senza troppe difficoltà; potremmo trovarci dinnanzi a virotossine che provocano fenomeni come trombosi ed emorragie, almeno è questo lo scenario che si è profilato di fronte ai loro occhi tra i circa 60 casi che hanno e continuano a curare attualmente nella loro struttura a Germaneto. Si è trattato per lo più di anziani provenienti dalla nota casa di cura di Chiaravalle, alcuni non hanno avuto il tempo di essere sottoposti alle cure, altri ci hanno lasciato quasi nell’immediato, molti altri sono guariti e sono tornati dalle loro famiglie, con un cambio della loro esistenza sicuramente in meglio.

Come si fa la diagnosi per Covid19? C’è il timore che le nostre strutture sanitarie non rispettino in pieno i canoni di sicurezza necessari al contenimento? E quando un paziente si può dire guarito?

A rispondere questa volta è il prof. Trecarichi dell’Unità Operativa Malattie infettive e tropicali dell’Università Magna Grecia di Catanzaro. È chiaro che la diagnosi viene dichiarata sulla base del sospetto clinico, accompagnato da sintomi respiratori con la presenza o meno di febbre. Il punto è che ci sono moltissimi asintomatici o con sintomi differenti che ad un’iniziale osservazione non sembrano riferirsi al virus in questione, come la perdita e/o la variazione dell’olfatto e del gusto o problemi gastrointestinali. La conferma definitiva si ha con la ricerca del Covid19 attraverso il prelievo di campione biologico per mezzo del tampone delle cavità nasali e orofaringee. Il tampone viene poi analizzato nel laboratorio di microbiologia alla ricerca del materiale genetico del virus, così da dare una risposta univoca.

Per quanto concerne il tema della sicurezza, l’Azienda Ospedaliera di Germaneto si è attrezzata fin da subito con percorsi chiari, detti ‘pulito e sporco’. Di sicuro il rimando alle morti tra i colleghi sanitari è stato un duro colpo non solo per il sistema sanitario nazionale, ma anche per il morale collettivo, quello che è importante in questo momento è di mettere in campo tutta la propria competenza professionale e la massima attenzione; il mondo non era pronto ad una tale emergenza, ma interi ospedali in brevissimo tempo sono stati convertiti in centri anti-Covid rispondendo immediatamente alle esigenze al fronte di una grande solidarietà che si è andata a creare anche per necessità.

Sulla guarigione, invece, si fa riferimento ad una serie di protocolli dettati dall’OMS e dal ministero della Salute; devono trascorrere almeno due settimane dalla comparsa dei sintomi e dalla guarigione da questi ultimi con conseguente rientro dei parametri. Seguono due tamponi che devono risultare negativi da effettuare a distanza di 24 ore l’uno dall’altro.

Qual è il pensiero sull’uso del plasma nella lotta al virus? Cosa ci ha insegnato questo virus in termini di rinnovo del nostro sistema sanitario? La Calabria è pronta ad aprire un centro antiCovid, considerando anche i recenti rientri dal Nord?

Do’ credito alle teorie del prof. Valdanti del Policlinico di Pavia e inoltre tutor durante la stesura della mia tesi di laurea.” Con queste parole il prof. Torti spiega come al momento i risultati siano promettenti, ma che ci siano anche dati discordanti in letteratura, proprio perché lo studio non è stato effettuato su larga scala, al momento. Di sicuro c’è che è stato necessario selezionare i donatori di plasma che avessero alte cariche di anticorpi neutralizzanti, quindi con capacità di indurre al processo di guarigione e che al momento si stratta della terapia più idonea in vista della produzione di un vaccino futuro.

In riferimento agli insegnamenti derivanti da tale esperienza, bisogna sicuramente ricordare che i sistemi sanitari, nazionali e non, da tempo abituati nel trattamento delle patologie croniche, avevano dimenticato cosa volesse dire trovarsi al cospetto della gestione di pandemie, non solo in Italia, ma anche in paesi come la Russia, per esempio. In più bisogna tenere in considerazione che sono stati proprio gli ospedali i luoghi in cui il virus è stato maggiormente veicolato, ma si tratta di condizioni di cui i sanitari erano già a conoscenza, considerando i numeri relativi alle morti annuali per batteri multi-resistenti che si sviluppano proprio negli ambienti ospedalieri.

Per quanto riguarda i rientri dal Nord, nonostante i numerosi rifiuti di sottoporsi ai tamponi, non obbligatori per legge, si spera nel buon senso che ha contraddistinto il popolo italiano così come si spera che non sia necessario attivare un centro antiCovid, ma nell’eventualità fosse necessario, bisogna puntare sulla rapidità che la regione deve dimostrare nella sua organizzazione a cominciare dalla scelta di un luogo in cui posizionarlo così da renderlo facilmente raggiungibile, anche in previsioni di possibili futuri contagi di altra natura.

Qual è il pensiero sul concetto di immunità acquisita?

Il prof. Andò sottolinea nuovamente come la biologia del virus non sia per nulla chiara al momento e che le congetture comportamentali si riferiscono alla ciclicità stagionale attraverso cui si ripresentano altri virus più banali e per questo poco studiati, appartenenti alla famiglia dei Coronavirus. Questo fa presupporre che non ci sia una immunità a lungo termine, sicuramente buona parte dei pazienti sviluppano una immunità protettiva, ma non è possibile ipotizzare un periodo preciso, in più, come è già stato detto, il virus ha un’elevata capacità di replicazione, lo fa anche nelle cellule seminali come ha dichiarato il dott. Fabiano, quindi si tratta di un virus molto complicato da inquadrare. E’ necessario che e si temporeggi nel migliore dei modi in attesa della produzione di un vaccino, magari come quello italiano che al momento pare aver dato ottimi segnali di riuscita.

Gli ospiti sono stati concordi nell’affermare che i test sierologici, in risposta ad una domanda posta direttamente dagli spettatori della trasmissione, con validità più o meno accertata, non conferiscono l’immunità assoluta. Il dato che restituiscono non deve essere considerato come una informazione appartenente al singolo, ma è da considerarsi in un concetto molto più ampio di mappatura dei contagi, così da permettere di individuare e selezionare con maggiore semplicità e in minor tempo i donatori di plasma idonei; in più è uno strumento che non si dissocia dalla verifica con tampone della presenza del virus.

In conclusione, la trasmissione ha permesso di portare alla luce un dato molto importante, l’inserimento dell’Azienda Ospedaliera Mater Domini all’interno del progetto Trial Solidarity promosso dall’OMS, uno studio di carattere internazionale che permetterà di coinvolgere migliaia di pazienti affetti da Covid19. Si tratterà di uno studio randomizzato che valuterà diverse strategie terapeutiche attraverso un percorso adattivo che permetterà di modificare i bracci di indagine in base alle evidenze che saranno disponibili. Si tratta sicuramente di una grande opportunità per la nostra regione.

Felicia Villella