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Una letteratura diversamente abile: o meglio, decisamente speciale!

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Tra religione, famiglia e scuola, una lezione sulla fraternità può venire solo dalla scuola.

diversamente abileE quando dico “scuola” intendo la “scuola pubblica” che, per il solo fatto di accogliere sia gli italiani sia quelli provenienti da altri paesi, i ricchi e insieme i poveri, i bianchi e quelli di colore, gli abili e i disabili, è la più idonea a diventare quel “laboratorio” in cui può nascere e fiorire quella cultura della fraternità a cui solamente gli uomini possono riferirsi, non solo per un loro salto di qualità nel regime della convivenza, ma addirittura per scorgere la condizione stessa della loro convivenza, in un mondo che i mezzi di comunicazione e di trasporto hanno trasformato in un unico vicinato.

(Umberto Galimberti, I miti del nostro tempo, 2009)

La rivoluzione parte dalle istituzioni di pensiero che ne fanno semantica di orientamento: per quanto mi riguarda, poi, sebbene il termine diversamente abile sia politically correct, preferisco utilizzare la forma “ANTICAMENTE ABILE”, maggiormente rispettosa, a mio avviso, di quei connaturati linguaggi bio/organici ed ontologici dell’emozione, che in ogni persona precedono quelli fisico-motori e simbolici del logos.
L’avverbio di modo, nell’inversione sost.+agg. (mente antica, per intenderci!), mi rimanda intenzionalmente  al mondo classico che ha consolidata etichetta di grandezza sin da Omero, il cieco cantore dell’epopea più famosa del panorama pan-mediterraneo: un ipovedente che ci ha fatto vedere oltre in tutti quei generi letterari a lui debitori, come la critica concorda unanimemente. Chi può smentirlo?
Pausania affianca al genio dell’Iliade e dell’Odissea un’altra personalità speciale: quella di Tirteo, per la serie, non è finita lì!
Gli Spartani trovandosi a dura prova nella guerra contro i Messeni,  stando alle  notizie, da lui riportate,  furono costretti a chiedere aiuto, secondo il responso dell’oracolo, agli Ateniesi, i quali, non potendo non obbedire al responso divino e non volendo, d’altra parte, aiutare Sparta, mandarono un maestro di scuola, zoppo e, per giunta, corto di mente; ma, non per questo, senza  animarli alla vittoria e ricondurli alla sana disciplina civile.
E siamo a due, allora! Se poi spulciamo il Salve Regina, e qui il salto più che pindarico si fa liturgico,  scopriamo verosimilmente che l’autore di questo testo orante è un certo Ermanno Il Contratto, così come lo Scriptor incertus del Veni Sancte Spiritus è, sul terreno delle ipotesi, l’abate Notker Balbulus: un rattrappito, il primo, un balbuziente, il secondo.
Insomma, una rassegna che sostiene un mondo, che ancora oggi vive di cliché di diminuzione e  su cui è necessario fermarsi a riflettere, magari sulla lezione di un uomo geniale, quale è stato, appunto, Leopardi:
Non si nomina mai più volentieri, né più volentieri si sente nominare in altro modo chiunque ha qualche riconosciuto difetto o corporale o morale, che pel nome dello stesso difetto.
Il sordo, il zoppo, il gobbo, il matto tale. Anzi queste persone non sono ordinariamente chiamate se non con questi nomi, o chiamandole pel nome loro fuor della loro presenza, è ben raro che non vi si ponga quel tale aggiunto.
Chiamandole o udendole chiamar così, pare agli uomini d’esser superiori a questi tali, godono dell’immagine del loro difetto, sentono e si ammoniscono in certo modo della propria superiorità, l’amor proprio n’è lusingato e se ne compiace.

(Giacomo Leopardi, Zibaldone, 1817/32)

Ne consegue, dalla lettura recanatese, che chi opera discriminazioni di questo genere è stupido per reale disabilità: anzi, la stupidità non è da considerare una disabilità, perché parcheggia altrove!

Intelligenti, pauca!

parcheggio diversamente abili

Prof. Francesco Polopoli