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Medicina narrativa: in pillole di saggezza

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“Io sono la cura.

Noi siamo la cura.

La cura sono queste pagine che scrivo.

La cura è questa gioia, questa gratitudine,

questa chiarezza dopo il torpore e l’indistinto”.

(Severino Cesari, Con molta cura)

Già, la prima terapia è narrativa. Lo insegna la letteratura: Geni malati o geni perché malati? Libriamoci per esserne eredi, ricordando strenuamente che siamo nani sulle spalle dei giganti, evitando, così, gropponi e fardelli inutili.
La precarietà non è assolutamente misera, se si fa solida di solidarietà! Di converso, è una  Carezza nella fralezza se, da bugiardino, ti è compagna, accompagnandoti, la cultura. Una carità, per carità tua e di chi è più vicino! Regola n° 1: la malattia non dis-identifica, elementare, Watson! Perciò, datti una regolata!
E’ il tempo della fedeltà a noi stessi e ai nostri valori, quello più vero, con la parte più faticosa di noi, ma non meno autentica!

La fedeltà a noi stessi e ai nostri valori ci rende non persone identiche a noi stesse, ma persone più mature dentro il sistema di valori scelti. Filosofico, un po’, in un  piccolo vangelo domestico! Un bignami ed. Paoline! Ahahaaa.

Qualcuno ha scritto che tutto il pensiero occidentale non sia altro che una serie di note a margine di Platone.
Sano pensiero come medicina animi, sine dubio! Parola anche di Galeno, che è un animale sociale e non da cortile! Ancóra: allargando la considerazione agli altri ambiti del sapere, possiamo aggiungere, sconfinando, che tutta la cultura moderna, così vivace e multiforme, sia debitrice verso le lingue morte, che non ne vogliono sapere di morire davvero  (L.M.)!!
Umorismo nero, anacronisticamente pasquale, ma solo per questo periodo, che è natalizio, intendiamoci! Àncora di salvezza, a tutto spiano!
Orbene, sulla scia della lingua aeterna, qualunque invasione barbarica è contenibile: persino, la leucemia, che per quanto mi riguarda, è solo una perdita vocalica (e) e basta! Luce mia tra gli studia humanitatis coltivati da sempre.
Ed eccola qui in una pillola di saggezza a pullulare di sincera preghiera: tutto Sapore nella sapienza di terra e di cielo.

Inno Orfico a Salute

Desiderabile, amata, molto vivificante, di tutto regina,
ascolta, beata Salute, che porti la felicità, madre di tutti;
per opera tua infatti le malattie si consumano per i mortali,
ogni casa fiorisce gioiosa a causa tua,
e le arti sono rigogliose; l’universo ti desidera, sovrana,
solo Ade che sempre distrugge la vita di odia,
sempre fiorente, desideratissima, riposo dei mortali:
senza di te infatti tutto è inutile agli uomini;
né infatti i festini hanno la dolce ricchezza che dà felicità,
né senza di te l’uomo diviene vecchio dalle molte sofferenze:
poiché sola tutto domini e su tutto regni.
Ma, dea, vieni sempre soccorritrice di coloro che celebrano i misteri
allontanando l’afflizione infelice delle penose malattie.

(Tratto da Inni Orfici ed. Lorenzo Valla, trad. Gabriella Ricciardelli)

Diceva Clemente Alessandrino che il Cristianesimo è il coronamento ed il compimento della bellezza antica. Beh, come dargli torto? C’è un filo rosso capace di legare tutte le civiltà in cammino ed ha un peso di 21 grammi: come quello dell’anima, nel titolo onomastico del film che tutti conosciamo.  Sì, l’anima: questa è la vera chiave di volta per essere malati senza emme. La coscienza acuta di avere un corpo, ecco cos’è l’assenza di salute (E. Cioran).

Ergo, quanta salute c’è nella malattia, quando lo Spiritus vivificat!

Sotto giuramento di Ippocrate, lo giuro pure io!

Salute!!!

O meglio, Prosit et fausta omnia!

Prof. Francesco Polopoli

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