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«᾿Na vota si gabba llu zingaru»

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«᾿Na vota si gabba llu zingaru»

«Una volta si può ingannare lo zingaro!»: è, questo, un concetto presente in ambito medievale ed espresso mediante l’adagio – che ha il suo corrispettivo anche nel nostro vernacolo – «asinus ad lapidem non bis offendit eundem» («un asino non inciampa due volte nello stesso sasso»)

Più volte mi sono chiesto come mai dalle nostre parti il concetto di astuzia, laddove è parallelo al mondo animale («furbo come una volpe» o «scaltro una faina»), tocchi a livello antropologico il mondo dei gitani.

È notoria a livello letterario una stima per quest’erratica comunità: prescindendo dal gusto bohème, il Caso Verga, nei Malavoglia, col riferimento a Ntoni, non presenta alcuna accezione negativa al riguardo. Il pregiudizio nei grandi pensatori è per lo più assente e non confina con la nostra piccineria: e comunque non avrebbe avuto così tanta fortuna lo spettacolo Notre Dame de Paris, a pensarci bene!

Sicuramente ci troviamo di fronte a un tipo filibustiere, nessuno lo mette in dubbio: circa l’etnia mi va di sollevare qualche dubbio in merito, solo questo! Adriano Vergiu dimostrava nell’ultimo ventennio del Millennio scorso che greco fosse sinonimo di zingaro, che tra l’altro, sul piano lessicale, ha origini elleniche (dal gr. pop. Ατσίγγανος, pron. azìnganos, propr. «intoccabile»): tanto più che a Passano, in provincia di Reggio Calabria, lo scacciapensieri, che è uno strumento musicale, è chiamato “chitarriedha de zingari”.

Che il greco fosse poco gabbabile lo desumiamo persino dall’epopea omerica: basta il personaggio odissiaco a semplificare le idee, lui che l’ha fatta a tutti con un portamento nonchalant.  Chi più di lui ha «zingariato», poi, conducendo una vita randagia di luogo in luogo prima di raggiungere la patria itacese? Anche un proverbio russo («il mugik lo inganna lo zingaro, lo zingaro lo inganna il giudeo, ma il giudeo lo inganna l’armeno, l’armeno lo inganna il greco, mentre il greco lo inganna il diavolo, sempre che glielo conceda Dio») mette in evidenza la sua callidità, cioè la sua impareggiabile acutezza, senza alcun termine di confronto, fatta sola eccezione per le presenze numinose, e per di più condizionata.

Ora, se vale a livello di vicinanza fonetica l’ipotesi dell’accostamento Zinnavo-Ocinaro, come non pensare, sia pure arditamente, e per la stessa ragione, ad una storpiatura del fiume impetuoso, di cui parla Licofrone, mentre si cita il sostantivo di chiusura del nostro modo di dire!? Se così fosse, «zingaro» è, grammaticalmente, un sostantivo omografo, cioè una parola che, scritta allo stesso modo, ha significato diverso, un po’ come pèsca che è il frutto dell’albero del pesco e pésca che, invece, designa l’attività del pescare.

Se tanto mi dà tanto, il lametino, terineo per Dna sociale, sarebbe machiavellico proprio quanto gli eroi omerici: anzi, lo potremmo chiamare, per la fisionomia tricefala del suo pianoro (Nicastro, Sambiase, Sant’Eufemia), furbo di tre cotte, come diciamo a livello proverbiale. Scottante, forse, a livello etimologico, ma è probabilmente vero.

Prof. Francesco Polopoli