Sab. Mag 30th, 2020

LameziaTerme.it

Il giornale della tua città

Sogno o son desto?

5 min read

il morto è vivoLamezia Terme, 25 marzo 2018, Teatro Grandinetti. È la compagnia teatrale lametina de “I Vacantusi” a chiudere la sezione teatro del progetto “Vacantiandu 2017” con la direzione artistica di Diego Ruiz e Nicola Morelli e la direzione amministrativa di Walter Vasta. In scena “Il morto è vivo” commedia comica in due atti liberamente ispirata al testo di Oreste De Santis con la regia di Giovanni Carpanzano.

Un allestimento innovativo e divertente, ricco di citazioni e rimandi al cinema, alla letteratura, alla storia dell’arte, ai fumetti e giocato su un doppio livello quello onirico e quello reale.

Una scenografia mutante, firmata da Ennio Stranieri, con pannelli dietro i quali appaiono e scompaiono i personaggi come nel teatro dei burattini e con pochi elementi tutti funzionali al testo: una porta girevole double face che su una facciata richiama la citazione magrittiana “Ceci n’est pas une porte” segnando il confine tra il sogno e la realtà, un televisore che fagocita immagini in un loop continuo, un tavolo da studio con boccette colorate che sembrano pozioni magiche ma che in realtà sono dei farmaci, un divano che all’occasione diventa letto e “confessionale”, un orologio con le lancette che girano al contrario.
sogno o son desto
E l’azione teatrale è tutta affidata ai personaggi che si sdoppiano, si triplicano in un continuo e repentino cambio d’abiti e ad una girandola di movimenti scenici sottolineati da un rigoroso e complesso disegno luci con volumi di buio e luminosi fasci verticali e da un tappeto sonoro con canzoni pop/rock, sigle televisive, e colonne sonore tra le più famose.

L’universo attoriale femminile è affidato ad attrici che in questa pièce sanno dimostrare una tenuta interpretativa e una maturità artistica non più “amatoriale” ma prossima ormai al professionismo.

Sempre più brava e proteiforme Angela Gaetano che, dalla pruderie di una Donna Letizia castigata in un abito accollato che non lascia scoperte neanche le caviglie, si presenta in sogno come Jessica Rabbit inguainata in un conturbante e sexy tubino rosso con spacco vertiginoso o come la Marilyn di “Quando la moglie è in vacanza” in abito bianco svolazzante e generoso décolleté. Angela gioca con i suoi personaggi con ironia e maestria modulando i registri linguistici che sono propri di ciascuno con punte di assoluta ilarità negli innesti in dialetto verace.

Di pari bravura Sabrina Pugliese nelle vesti di Donna Concetta che sa passare con estrema naturalezza dalla versione bon ton a quella dark a metà tra Amelia la strega che ammalia e Morticia fino a quella new age in abito da indiana raggiungendo la massima capacità gestuale ed espressiva nel ruolo della zingara logorroica che negli intercalari “Pupa bella” e “Occhj i cavaleri” tanto ricorda un personaggio della comunità rom lametina. Assolutamente irresistibile!

Sognante e naif Rosellina Aiello divisa tra Nunzia, casalinga disperata che ama i pappagalli e una Rossella O’Hara della porta accanto.

Vulcanica e pasticciona la Wonder Woman di Daniela Muraca, suora morigerata nella vita reale.

I ruoli maschili sono affidati a tre attori storici della compagnia e a due debuttanti.

Walter Vasta riconferma la propria versatilità interpretativa offrendoci un personaggio molto complesso, folle e tenero, codardo e ingenuo. Fortunato di nome ma non nella vita. Abbandonato dalla moglie Letizia, sfrattato da Donna Concetta, avida padrona di casa, perseguitato da un fantasma dispettoso di nome Zazzà e da personaggi evocati nei suoi sogni/incubi ha deciso di suicidarsi. Però, visto che se “uno il coraggio non ce l’ha non se lo può dare” assolda due improbabili killer, Capitan America e Wonder Woman, per farsi uccidere… Vibrante il suo monologo nella scena della lettera a sua moglie e il suo duetto con Zazzà duranti i quali, pur mantenendo un tono di grottesca comicità riesce a raggiungere profondità delicatamente drammatiche senza privarsi degli sfoghi, degli eccessi e dei deliri della follia indotti dallo spiritello impertinente.

Nunzio Santoro, alla sua seconda esperienza attoriale, riesce a vestire i panni di più personaggi con sicurezza e capacità interpretativa in un continuo slittamento di ruoli e di registri: da padre Augusto, forte nello spirito e debole nella carne, con un carnet fitto di appuntamenti con il gentil sesso che tanto ricorda il catalogo di Leporello con le conquiste di Don Giovanni alla pletora di personaggi televisivi contemporanei (Gigi Marzullo, Barbara d’Urso, Federica Sciarelli, Salvo Sottile) identificati da una parrucca e dal refrain ripetuto come un tormentone.

Goliardico e irriverente il fantasma Zazzà nella colorata interpretazione del debuttante Ruggero Chieffallo che appare e scompare come un gatto sui tetti rivelando anche belle doti canore come uomo-sigla del programma di Marzullo.

Stilizzato quasi marionettistico il Capitan America di Nico Morelli che riesce a caratterizzare il proprio personaggio con una vocina stridula e tagliente.

Sempre efficace Paolo Morelli nel ruolo di Raffaele, maresciallo in pensione ormai molto più attratto dalla bottiglia che dalla moglie alla quale riserva solo il sabato per espletare il proprio dovere coniugale.

Lo spettacolo, nella scoppiettante regia di Giovanni Carpanzano, punta alla contaminazione. Il testo sospeso tra due dimensioni – quella reale e quella onirica – dove luoghi, fatti e personaggi sono per lo più immaginari, inventa la strana storia di un fantasma che in realtà si rivela essere poi la “coscienza/alter ego” di Fortunato, cambia i nomi alle persone per sottrarre loro l’identità o per dar loro la vita che hanno sempre desiderato, dissemina indizi e solleva la vicenda su un piano surreale, da teatro dell’assurdo quasi. Un delirio di frasi e di citazioni interrompe la formazione di un’idea di teatro “familiare” per ricordare sempre qualcos’altro. Così lo spettatore è chiamato a riconoscere e a ritrovare, spostate e condensate, figure ormai assaporate e introiettate nella memoria collettiva. Un gioco tutto interno di allusioni e analogie, secondo un’abile tecnica di spiazzamento, che prevale sulla dinamica dell’azione drammaturgica e scenica. Infatti, anche se la storia resta rigidamente circoscritta al cadre, al luogo deputato, questo si trasforma via via in una sorta di inventario multiplo dei consumi extrateatrali urbani contemporanei che in un gioco sfibrante e serrato rimanda al nostro tempo libero sempre più occupato dai mass-media con i personaggi che di volta evocano divi cinematografici, scene cult di effetto horror/clownesco, icone televisive e protagonisti di strip fumettistici.
In siffatta veste il teatro grida la sua impotenza, la sua non volontà di rappresentare/denotare il reale rifugiandosi nei tortuosi meandri di una “società a spettacolo permanente” dove anche la morte o l’idea della morte perde la sua sacralità in una luce fanciullescamente sospesa, crudele, ma anche infantile e divertita pur rilevando che qualche sapiente taglio renderebbe la commedia più agile e fruibile.

Bravi tutti. Applausi meritatissimi.

Giovanna Villella

[foto di scena Ennio Stranieri]