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Pirandello mon amour

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Pirandello mon amourLamezia Terme, 16 marzo 2018, Teatro Comunale Grandinetti. Si chiude con un altro omaggio a Luigi Pirandello la ricca stagione teatrale organizzata dall’Associazione AMA Calabria. In scena “L’uomo dal fiore in bocca e altri strani casi” con Edoardo Siravo, Patrick Rossi Gastaldi (che ne firma anche la regia), Stefania Masala, Gabriella Casali.

Un décor minimale curato da Lisa Dori De Benedittis, pochi oggetti di scena ad evocare una stanza/studio con una scrivania ingombra di carte e una dormeuse, i bei costumi di Teresa Acone.

Tutti i temi del teatro pirandelliano condensati in un atto unico dalla drammaturgia perfetta. Sei le novelle incastonate l’una nell’altra e inframezzate da alcune poesie dell’autore siciliano “Notte insonne”, “Andando”, “Io sono così”.

Edoardo Siravo è Pirandello. Schivo, pudico, con la stessa ansia di vivere, la stessa disperazione, la stessa anarchia, lo stesso esilio, la stessa immensità. Seduto alla scrivania attende di dare udienza ai suoi personaggi che prendono corpo sul palcoscenico, non evocati, ma rivendicando il loro “diritto alla vita”.

“È mia vecchia abitudine dare udienza, ogni domenica mattina, ai personaggi delle mie future novelle. Cinque ore, dalle otto alle tredici.
M’accade quasi sempre di trovarmi in cattiva compagnia.
Non so perché, di solito accorre a queste mie udienze la gente più scontenta del mondo, o afflitta da strani mali, o ingarbugliata in speciosissimi casi, con la quale è veramente una pena trattare.
Io ascolto tutti con sopportazione; li interrogo con buona grazia; prendo nota de’ nomi e delle condizioni di ciascuno; tengo conto de’ loro sentimenti e delle loro aspirazioni. Ma bisogna anche aggiungere che per mia disgrazia non sono di facile contentatura. Sopportazione, buona grazia, sì; ma esser gabbato non mi piace. E voglio penetrare in fondo al loro animo con lunga e sottile indagine[…]”.

E così l’Amina Berardi del fu Francesco, vedova Vismara protagonista della novella “Piuma” nella cesellata  interpretazione di Gabriella Casali percorsa da guizzi di crudeltà fine e soddisfatta, molto malata “In quella vana attesa di morte…” e ridotta “… più fragile di quegli insetti d’estate che, a toccarli appena, son lieve polvere d’oro tra le dita.”

Poi la giovane Dreetta di “Pubertà” interpretata magistralmente da Stefania Masala, con la follia incollata agli occhi mentre stringe al petto una bambola di pezza, ultimo baluardo della sua infanzia che il tempo si sta portando via insieme alla sua giovane vita.

Follia che ritroviamo nel protagonista de “La carriola” dove il dissidio tra vita e forma è fonte di un disagio acuto e lucido, che non si appiana più nelle forme consuete della rispettabilità sociale e conduce l’individuo alla frattura tra la propria identità e la tirannia delle convenzioni.

Mentre il Matteo Sinagra della novella “Da sé” ripropone il dilemma tra il volto e la maschera, la tragedia del “vedersi vivere” dove la vita diventa caricatura, un momento di assurda follia, uno scherzo del reale.

Con “L’uomo dal fiore in bocca” si arriva invece alla denuncia ironica che Pirandello fa, attraverso il singolo caso, dello sgretolamento delle false verità che l’uomo si costituisce illudendosi di dare significato alla propria esistenza. Qui c’è una visione contemplativa della vita nel suo scorrere, nel suo fluire, nel suo non essere forma, attraverso la trasparenza del dominante pensiero della morte. Una visione che Edoardo Siravo rende con un languore quasi decadente e virate di robusta ironia a cui fa da controcanto la smagata consapevolezza del suo interlocutore Patrick Rossi Gastaldi la cui regia intelligente e discreta è visibilmente sorretta da solide basi culturali e di gusto.

Ma, soprattutto, è evidente la vocazione delle creature letterarie pirandelliane a tentare di sfuggire alla pena e alla scontentezza della loro esistenza mostrandosi diverse da quelle che sono, facendosi “personaggi” sopra il palcoscenico della vita. Delle loro parole e dei casi umani, lo spettatore è chiamato ad essere testimone distaccato e insieme partecipe, consapevole della forza rivelatrice e contraddittoria della rappresentazione. Pirandello tende a spingerli fuori dalla pagina, in un destino di autonomia dall’atto creativo dell’autore e dalla scrittura che potrà realizzarsi interamente solo sulla scena. È lui a governarli, amarli, ucciderli mentre la funzione della sua drammaturgia è quella di lacerare le scontate certezze della tradizione e della convenzione, di far tacere eroi ed eroine per dar voce a persone imperfette, esaltate nel loro tormento, senza fornire alcuna risposta rassicurante e definitiva. E risulta altresì chiaro che Pirandello non chiede allo spettatore né il consenso, né l’ammirazione, né l’entusiasmo retorico. Chiede che il dubbio affondi in noi le sue radici fino a trasformarsi in dissenso o in rifiuto. Il suo è un teatro che non pacifica ma instilla un vago malessere, un’oppressione quasi. Nessun senso di liberazione dunque. Ecco perché Pirandello non si può non amare e si può odiare, contemporaneamente.

Giovanna Villella

[foto di scena Ennio Stranieri]