Vacantiandu. “A che servono questi quattrini” o dell’inutilità del denaro

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Vacantiandu. “A che servono questi quattrini” o dell’inutilità del denaro

Catanzaro, 2 marzo 2019. Ancora un appuntamento con la rassegna teatrale Vacantiandu con la direzione artistica di Diego Ruiz, Nico Morelli e la direzione amministrativa di Walter Vasta.

In scena Pietro De Silva e Francesco Procopio con lo spettacolo A che servono questi quattrini, un testo scritto nel 1940 da Armando Curcio, commediografo napoletano che fu anche collaboratore di Eduardo e che oggi ci viene proposto nella riscrittura scenica di Giuseppe Miale di Mauro che ne cura anche la regia.

Pur rimanendo fedele alla versione originale, questo nuovo allestimento si attualizza e si vivifica nella lingua con l’adozione di anglicismi e di termini  propri dell’era digitale e con l’introduzione di un tema nuovo, quello della politica per offrire una satira sociale del nostro tempo.

Il palcoscenico si denuda mostrando agli spettatori quello che si cela dietro le quinte e deprivando gli attori di ogni rifugio, di ogni protezione, di ogni rete di sicurezza. Tutto si svolge a vista, lasciando al pubblico la libertà, il piacere voyeuristico di “spiare” i rumori e gli umori fuori scena. Al centro del palco tre porte montate su scalini scandiscono l’entrata e l’uscita dei personaggi con la suggestiva tecnica della slow motion restituendoci una immagine quasi cinematografica, rafforzata dalla presenza di grandi riflettori e luci profuse, varianti in localizzazione e intensità con effetto di ritmo, di rispondenze geometriche, di décor, laddove, in altre scene, i personaggi si raggelano in pose legnose come figurine di cartone. Nulla è concesso al facile folklore anche se la scena, nel primo atto, si serve di alcuni segni per suggerire un ambiente tipicamente napoletano come quella corda di poveri panni stessi in alto a indicare un esterno, un vicolo, una strada.


Due famiglie, gli Esposito e i De Rosa, la miseria e la ricchezza, diverse e distanti che si apparentano per mero interesse. Una eredità fasulla. Un nobile decaduto, conosciuto come il professore, che si fregia di conoscere la filosofia e che parla per citazioni ricalcando il modus operandi degli ideologi del XXI secolo, padri fondatori dei partiti del nulla che portano al potere uomini di paglia afflitti da bulimia comunicativa e zero titoli di cui Vincenzino è prototipo perfetto. E ancora, l’atavico, italico intreccio tra politica, imprenditoria e malaffare…

Di spiccata carica interpretativa il Vincenzino Esposito di Francesco Procopio il quale, fin dalla sua entrata che avviene dalla platea e, poi, durante il suo cabarettistico comizio di ringraziamento, stabilisce con il pubblico un rapporto intenso e immediato. Il suo è un personaggio buffo che è un po’ diverso dal comico perché si carica di quella ingenuità e di quella follia che nella loro rudimentale saggezza sanno rivelare assurdi avvenimenti o crudeli verità. In maniera candida, entusiastica e pasticciona, Procopio dà fondo a tutta la napoletanità del suo personaggio attraverso il gesto esagerato e il suo dire convulso e precipitato che sottolinea, nella apparente assurdità delle sue ossessive iterazioni verbali, le contraddizioni della società colte sul punto di divenire esplicite e dirompenti pur rimanendo cantore di quell’universo popolare partenopeo fatto di fame eterna, miseria, quotidiana lotta per la sopravvivenza, umanità e volontà di riscatto sociale.

Pietro De Silva, nel ruolo di Eduardo Parascandolo detto “O professore” si conferma attore capace di costruire un carattere in tutte le più minute sfumature. In quel suo incedere elegante ma dimesso, nei toni bassi e persuasivi della sua voce si cela un abile manipolatore, un burattinaio, uno stratega. In un mondo dominato dalla logica del denaro – a cui egli ha stoicamente rinunciato perché i soldi non danno la felicità – rivolge la sua attenzione verso un universo perduto, arcaico, anacronistico, indifferente ai bisogni materiali e alle mode predicando il non-lavoro e il riposo come condizione endemica dell’uomo. Così si tramuta in una sorta di grottesco dispensatore di sogni e perle di saggezza, un illusionista pronto a tirare fuori dal suo cilindro lo stratagemma per realizzare i desideri (le illusioni?) delle persone che lo circondano.

Molto convincente ed efficace il Ferdinando di Antonio Friello, imprenditore dalla moralità ondivaga con il vizio del gioco che finisce nelle mani di De Simone, un temuto e rispettato strozzino femminiello la cui aria da malamente è mitigata da un rossetto cremisi e da un paio di décolleté tacco 12 mentre il suo orientamento sessuale, per quanto esplicito, è disegnato senza eccessi parodistici dalla spigolosa interpretazione di Andrea Vellotti.

L’universo attoriale femminile è invece affidato alla brava Rossella Pugliese che ci regala una Carmela affettuosa e attenta ai bisogni del fratello ma pragmatica e realistica, alla quale la ricchezza riesce solo a mettere in luce quel bisogno di vanità che è proprio di tutte le donne mentre la disinvolta interpretazione di Felicia Del Prete ci offre una Rachelina che, nata e vissuta nel benessere, si rivela una opportunista snob e disinibita la quale accetta di sposare Vincenzino solo per salvare l’azienda di famiglia e per sfruttarne l’influenza come nuovo leader politico sì da poter realizzare le sue velleità artistiche.

Un morality play contemporaneo con il suo teatrino della politica e i valori misurabili in conti in banca ma anche un gioco scenico sulle “illusioni”. L’illusione della buona politica con le sue false promesse, l’illusione della ricchezza, l’illusione del potere, l’illusione della felicità dove il divertimento è assicurato dalla sagacità delle battute, dalla gran verve degli attori e da un ben congegnato  meccanismo teatrale.

Applausi a scena aperta e nel finale, sulle note de Le beatitudini di Rino Gaetano.

Al termine della commedia l’omaggio della tradizionale maschera, simbolo della rassegna Vacantiandu ideata dal graphic designer Alessandro Cavaliere e realizzata dal maestro Raffaele Fresca, che il direttore artistico Nico Morelli e il direttore amministrativo Walter Vasta hanno consegnato a Pietro De Silva e a Francesco Procopio.

Giovanna Villella

[foto di scena_Ennio Stranieri]

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