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Ballando con le stelle

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È sufficiente alzare gli occhi per vederci chiaro.

Ballando con le stelleQui non c’entra Milly Carlucci con il suo Strictly Come Dancing in versione italiana; e siamo pure distanti da quelle ermeneutiche celesti, capaci di offendere l’intelligenza, non se ne parla proprio: a questo punto, infatti, sarebbe meglio esercitarsi in balletti, in casa Rai, che far ballare le stelle nel cielo, ohi ohi, mai!
Infatti, è inutile inseguire oroscopi quando il lessico astrale fa tutt’uno con la nostra comunicazione: basta scartabellare un agevolissimo dizionario per ritrovare il destino e la destinazione in una costellazione verbale.
La parola per indicare il termine italiano “stella” (sidus, eris; ἀστήρ, έρος), per farne un esempio, sia in greco che in latino, ha dato luogo a vocaboli di uso comune che, chissà quante volte abbiamo pronunciato, senza pensare alla loro origine:

  • Disastro (δυσ+ ἀστήρ): δυσ- è, in greco, prefisso peggiorativo che esprime opposizione, dubbio, incertezza o male. Alla lettera, nella restituzione etimologica, è una “cattiva-stella”, ergo, una catastrofe.
  • Desiderio (de + sidus): de- è un elementum che individua assenza o lontananza. In questo caso è la mancanza delle stelle, di buoni presagi e/o auspici; da qui il significato di “carenza di qualcosa” e, per converso, “sentimento di ricerca”.
  • Considerare (cum + sidus): cum– è la preposizione per l’insieme, l’unione. Sarebbe un “guardare tutte insieme le stelle per trarre il giusto presagio”, ovvero, a metafora morta, “esaminare bene un fatto”.

Insomma, a dirla con la canzone di Alan Sorrenti, apparteniamo proprio ad un cielo stellato, la cui magia, gratuita, è a portata di tutti noi, in tante espressioni correnti:

 Figli delle stelle

Come le stelle noi
soli nella notte ci incontriamo
come due stelle noi
silenziosamente insieme
ci sentiamo.

Non c’è tempo di fermare
questa corsa senza fine
che ci sta portando via
e il vento spegnerà
il fuoco che si accende
quando sono in te, quando tu sei in me.
Noi siamo figli delle stelle
figli della notte che ci gira intorno
noi siamo figli delle stelle
non ci fermeremo mai per niente al mondo.
noi siamo figli delle stelle
senza storia senza età eroi di un sogno
noi stanotte figli delle stelle
ci incontriamo per poi perderci nel tempo.
Come due stelle noi
riflessi sulle onde scivoliamo
come due stelle noi,
avvolti dalle ombre noi ci amiamo
io non cerco di cambiarti
so che non potrò fermarti
tu per la tua strada vai
addio ragazza ciao,
io non ti scorderò
dovunque tu sarai,
dovunque io sarò.
Noi siamo figli delle stelle
figli della notte che ci gira intorno
noi siamo figli delle stelle
non ci fermeremo mai per niente al mondo.
noi siamo figli delle stelle
senza storia senza età eroi di un sogno
noi stanotte figli delle stelle
ci incontriamo per poi perderci nel tempo.

(Alan Sorrenti)

Quindi, è delittuoso andare oltre le voci lessicali, per comprendere quali congiunture siano più favorevoli, e quali altre meno, per favore, dai!!!
Ignoriamo il fatto che persino il cielo si lascia ingravidare da favole antiche, quasi sempre, mi va di aggiungere: il nostro volto dovrebbe essere ri-volto a quelle radici, che hanno lasciato un segno, più in su, in alto, per esserne base per altezza, come quella scrittura celeste, regalo di tante Mille e una notte, al chiarore di una luna, splendida-mente!
Ebbene, tutto ciò è un bene: in che modo? È sufficiente alzare gli occhi per vederci chiaro; per la serie, quando un mito smette di farti brancolare nel buio, facendo dilatare tutti i tuoi orizzonti:
Orsa maggiore: i Greci la identificarono in Callisto, tramutata in orsa da Era, perché gelosa di Zeus che si era innamorato di lei.
Il dio la riparò in cielo per salvarla dal figlio Arcade che, durante una battuta di caccia, erroneamente la stava uccidendo, sconoscendone la vera identità.
Il nome probabilmente deriva dal gr. arktos (orso), da cui deriva “artico”. Poiché di quest’agglomerato le stelle più visibili sono sette, i Romani le immaginarono come un piccolo pascolo di buoi, septem triones, dicevano loro, da cui discende il nostro Settentrione, il Nord, appunto, per definire il punto (cardinale) della situazione, a chiarezza di un significato, che ri-conosciamo.

Visto, allora? L’universo è un bel mappamondo mitologico! Facciamoci incantare da non poche bellezze in un percorso di luce: sì, perché, l’antico, a dirla con Cicerone, è lux veritatis, a profezia di un ri-orientamento, che gli anni non lasciano mai scadere.
Ora, se dovessero raccontarvi, paranoicamente, che Urano è in Ariete e che il suo sguardo minaccioso potrà procurarvi eventi inattesi, imprevisti e qualche contrattempo, fatevi, piuttosto, una risata omerica, ricordando a voi stessi, sulla scia di un vasto repertorio classico, che l’uomo “fabrum esse suae quemque fortunae” (Appio Claudio Cieco: trad. “ciascuno è arbitro del proprio avvenire”): vietarselo è precipitare sottoterra nella vista corta di una talpa! Una brutta metamorfosi ovidiana della postmodernità, direi!
Soltanto la poesia è oracolare, capace di muoverci a conversione, senza ricorrere a quegli strani ed inutili giochi di bussolotti, che spennano i polli, senza farli poi tanto ridere: la chiaroveggenza, invece, è un rozzo tentativo di entrare nel ritmo della vita, ma non ha lo stesso vaticinio di un’illuminazione lirica, assolutamente no!

Prof. Francesco Polopoli