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Lamezia. L’associazione città visibili a Mesoraca

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Lamezia. L'associazione città visibili a Mesoraca

La giornata, inizialmente uggiosa, si apre ai colori tipici dell’estate di San Martino, via via che ci avviamo verso Mesoraca, borgo al confine con la provincia di Catanzaro e primo in provincia di Crotone per chi arriva dalla presila catanzarese

Comunicato Stampa

Fondata probabilmente dagli Enotri intorno al 1600 a.C. con il nome di Reazio, nel V secolo a.C. ricevette l’attuale denominazione dai Greci (il nome deriva dal greco Mesorachion, “terra fra due fiumi”). In epoca bizantina è documentata e incisiva la presenza della cultura ellenica, attraverso l’insediamento di un convento di religiosi e di un castello, sotto l’egida di quello di Belcastro, che fu anche sede vescovile, e di un altro, posto a Policastro; tutti e tre dominanti la valle del Tacina.

La latinizzazione dell’area avvenne per opera dei Normanni, al cui seguito si posero i monaci Cistercensi. È grazie a loro che Mesoraca divenne centro di influenza sull’intero territorio attraverso la grandiosa Abbazia di Sant’Angelo in Frigillo. Fra il 1292 e il 1806, il paese passò nelle mani di diverse famiglie: Ruffo, Caracciolo, Spinelli ed infine Altemps. Fra il ‘700 e l’800, la vita culturale del paese vive un momento felice grazie alla presenza di Matteo Lamanna (fondatore della Chiesa del Ritiro) e Vincenzo De Grazia (filosofo). In seguito al disastroso terremoto del 1832, Mesoraca venne completamente ricostruita.

Il territorio comunale è compreso fra i 200-400 metri, la cosiddetta parte bassa, e i 1765 metri del monte Gariglione ed è attraversato dai fiumi Vergari e Reazio. Nel suo territorio è presente anche un villaggio tipicamente montano alto sui 1468 metri detto Località Fratta, alquanto esteso.

Accolti dal vicesindaco Piero Serravalle, in attesa dell’arrivo delle navette, che ci avrebbero lasciati al limitare della faggeta teatro del foliage, siamo andati a visitare l’atelier dell’eclettico pittore-decoratore-restauratore Armando Cistaro. Peccato non avere avuto più tempo per chiacchierare con l’artista, che spazia dall’iper-realismo al Surrealismo, con echi magrittiani e richiami a Dalì, da reminiscenze pop art a trompe l’oeil e ritratti con la tecnica dell’acrilico. Ci racconta, in breve, della sua esperienza di coma che ha dato un giro di vite alla sua arte, arricchendola di elementi onirici e inquietanti dall’innegabile fascino.

Ogni opera ha il suo incanto e un plauso a parte merita la sezione di dipinti sacri che include diverse versioni dell’Ecce Homo dell’omonimo santuario ai piedi del monte Giove, sempre a Mesoraca.

Il bosco ci attende e andiamo a conoscere i primi componenti dell’eccezionale “Associazione “Villaggio Fratta,” fortemente voluta da giovani mesorachesi che si dedicano con grande passione alla valorizzazione e allo sviluppo di questa zona, per promuovere e far conoscere il valore e la bellezza di Fratta. Hanno organizzato la giornata nei minimi dettagli, con la cura e l’impegno che contraddistingue chi crede fermamente nell’importanza dell’ospitalità e dell’accoglienza, dell’ambiente e della sua difesa.

Giunti nella faggeta, sotto la guida di Emiliano Cistaro e del celeberrimo dottor Carmine Lupia, esperto botanico, che si occupa di tutela della biodiversità e di promozione delle risorse ambientali e paesaggistiche, osserviamo con occhi nuovi la danza delle foglie dorate e rossastre, dopo le spiegazioni e i retroscena che ci vengono svelati. I faggi, nella loro elegante imponenza, vengono definiti prepotenti dal dottor Lupia, perché, scopriamo, con immensa sorpresa (almeno, noi non addetti ai lavori), come tutte le piante cercano di distruggere quelle che crescono accanto in una lotta di secoli che si conclude con la caparbia affermazione delle più forti o addirittura di nuove specie arborifere che soppianteranno le precedenti. Con grande stupore ci vengono mostrati ciuffi di abete bianco, conifera che si sta riaffermando nella zona dopo secoli; spuntano dal terreno e tra duecento trecento anni avranno soppiantato i faggi che adesso li sovrastano.

L’affascinante processo delle foglie che cadono, dopo aver lottato strenuamente e aver cambiato varie sfumature di colore a causa della diminuzione della clorofilla per l’avvicinarsi dell’inverno, ci fa un po’ tornare bambini e camminiamo curiosi col sottofondo del crepitio delle foglie secche (che in termine tecnico si chiamano “poltiglia”) e i profumi del bosco.

Da Villaggio Fratta, con un gradevole percorso ad anello, giungiamo in località Ritorta, dove ci attendono, oltre al vicesindaco e all’assessore Massimiliano Ferrazzo, un’invitante tavola imbandita di salumi, formaggi e olive schiacciate locali, innaffiati da un vino rosso molto apprezzato.

È solo l’aperitivo… le navette ci accompagnano all’Ostello Villaggio Fratta e là, in un’atmosfera affettuosa e familiare, gustiamo un abbondante antipasto tipico e immancabili tagliatelle ai funghi, chiacchierando amabilmente in compagnia fino alla tappa successiva: il Convento Santuario dell’Ecce Homo.

Il Convento, prima occupato dai monaci Basiliani, fu istituito come Convento francescano nel XV secolo dal Beato Tommaso da Firenze e dedicato alla Madonna delle Grazie. Nel XVII secolo, fra Umile da Petralia, del quale si può visitare la cella, ora adibita a cappella, scolpì la statua del SS. Ecce Homo, e da allora la devozione verso tale scultura lignea fu tale che soppiantò il primo titolo e il Santuario venne chiamato del SS. Ecce Homo. Lo sguardo umano e dolce di questo capolavoro rende unica questa scultura e indimenticabile l’emozione che suscita in chi la osserva.

L’interno della chiesa ospita altre notevoli opere d’arte: la Madonna delle Grazie, in marmo bianco di Carrara, datata 1504 e firmata Antonello Gagini, un imponente coro ligneo e diversi affreschi e tele. Nel 2010 nel boschetto del santuario è stata posta una statua in bronzo che raffigura San Francesco d’Assisi; alta circa 2 metri e mezzo, è opera dello scultore Carlo Cistaro.

Lasciato il Santuario, scende la sera sulla nostra suggestiva passeggiata autunnale.

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