Lamezia e i suoi primi cinquant’anni, III e ultima parte

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Nella seconda parte di questo nostro racconto abbiamo visto per sommi capi la situazione politica amministrativa instabile o apertamente ostile al progetto Lamezia nei tre comuni fondatori, mentre nella prima parte abbiamo delineato in breve le grandi figure che portarono avanti con tenacia e quasi in solitaria il sogno del comune di Lamezia Terme, e cioè il senatore Arturo Perugini e il vescovo di Nicastro Vittorio Moietta.

Perugini senatore della Repubblica

Perugini al Senato presenta la proposta di legge

Nel 1962, Arturo Perugini, da meno di un anno eletto sindaco di Nicastro, per avere una chance più forte affinché andasse in porto la sua proposta di fondazione di un nuovo comune, si dimise da primo cittadino per candidarsi al Senato. Perugini fu eletto il 28 aprile 1963 con una vittoria schiacciante (31.000 voti), supportato da un elettorato fedele formato dalla Democrazia Cristiana e dalla Chiesa nicastrese.
Il 30 ottobre il neo eletto senatore dello stesso anno presentò il disegno di legge per la creazione della città di Lamezia.
Per avere ancora più forza e soprattutto per evitare che il disegno di legge si arenasse fra le tante proposte giacenti nelle commissioni parlamentari, alla Camera si presentò un disegno di legge molto simile a quello di Perugini, su proposta del democristiano Salvatore Foderaro.

Il mancato appoggio della popolazione al progetto Lamezia

Intanto però, lontano da Roma, sul progetto di Lamezia nei tre comuni interessati regnava il disinteresse più totale. Alla palese ostilità del sindaco di Sant’Eufemia, Costantino Fittante, si sommava la mancata partecipazione della popolazione locale al progetto di fusione amministrativa. Era evidente il silenzio dei ceti intellettuali locali, inoltre mancava uno studio serio e argomentato da proporre alla pubblica opinione.
C’è comunque da dire che, a quell’epoca, non era ritenuto vincolante dai ceti politici, a differenza di oggi, sentire l’opinione delle popolazioni su progetti politici. Infatti si aveva ancora una concezione paternalistica della gestione della cosa pubblica: il popolo italiano reduce da una lunga dittatura durante la quale non aveva mai potuto esprimere una libera opinione, era ritenuto ancora incapace di partecipare a delle scelte che lo riguardassero direttamente.

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Ad ogni modo, si tentò di informare la popolazione sul progetto politico della conurbazione dei tre comuni con un convegno organizzato al Teatro Grandinetti il 16 febbraio 1964. A moderare l’incontro fu il giovane giornalista romano Pino Rauti (futuro leader del partito neofascista “Fiamma Tricolore”). L’evento fu quasi un flop. Furono assenti fra gli invitati i parlamentari del lametino, i 27 sindaci dell’area, così come gli esponenti sindacali locali e provinciali. Scarsa fu anche la presenza del pubblico.

monsignor Renato Luisi

Il vescovo Luisi salva la diocesi di Nicastro

Nonostante gli sforzi del vescovo Moietta di creare consenso intorno al ‘progetto Lamezia’ attraverso la fondazione di un giornale e di due centri studi (vedi prima parte), anche il laicato cattolico, ferreo sostenitore del senatore Perugini, palesava una certa indifferenza.
Nel 1963 venne a mancare Moietta per un male incurabile, al suo posto fu nominato vescovo il pugliese Renato Luisi. Egli si rivelò prezioso affinché il progetto Lamezia non cadesse nel dimenticatoio. Papa Paolo VI nel 1964 voleva fare una riforma delle diocesi italiane per farle coincidere il più possibili con i territori provinciali.
Questo avrebbe comportato la soppressione della diocesi di Nicastro e la sua aggregazione a quella di Catanzaro. Luisi si batté tenacemente contro questa aggregazione, inviando un dettagliato memorandum alla Congregazione per i vescovi, in cui argomentava l’impossibilità di sopprimere la diocesi nicastrese per vari motivi, fra i quali la lunga storia della sede episcopale, la centralità di Nicastro come centro di servizi e infrastrutture importanti per l’area della piana. Luisi evidenziò anche il fatto che da lì a breve sarebbe sorto un nuovo centro urbano più grande, la città di Lamezia. Una vasta area urbana che, avendo nel suo territorio un aeroporto e un area industriale per grandezza seconda solo a quella di Bagnoli, meritava la sua autonomia ecclesiastica. Dal Vaticano bloccarono dunque l’accorpamento con la diocesi catanzarese.

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Lamezia è realtà. Le ultime resistenze

L’anno cruciale per Lamezia si rivelerà il 1967, precisamente un mercoledì del 18 ottobre, quando nella commissione Affari Costituzionali del Senato, dopo un breve dibattimento, e con l’accorpamento delle proposte di legge sulla nascita di Lamezia del Sen. Perugini e dell’On. Foderaro, si dette il via libera alla creazione del nuovo ente.
Così nasceva con la legge n.6 del 4 gennaio 1968 e con relativo decreto del presidente della Repubblica Saragat n. 1134 del 2 settembre 1968 il comune di Lamezia Terme.
Mentre Nicastro e Sambiase si “rassegnarono” alla nuova realtà, a Sant’Eufemia il sindaco Fittante sostenne un comitato contrario alla fusione che inviò una nota di protesta ai sindaci di Nicastro e di Sambiase, nonché al presidente della Repubblica. Ma non servì a nulla. Fittante si limitò, a quel punto, a chiedere soltanto la possibilità di finire il suo mandato (era stato rieletto nel 1964).
A Nicastro e a Sambiase i consigli comunali indissero la loro ultima riunione e si fecero dei discorsi di commiato. Il sindaco di Nicastro Bevilaqua inviò un telegramma di felicitazioni per il successo ottenuto al senatore Perugini.
Decadute le amministrazioni comunali, fu nominato un Commissario prefettizio, Gaetano Fusco, col compito di guidare il periodo di transizione verso l’unico comune. Le prime elezioni comunali a Lamezia Terme si svolsero nel 1970. Terminarono così, a grandi linee, le storie secolari dei comuni di Nicastro e Sambiase e la giovane esistenza del comune di Sant’Eufemia Lamezia.

Matteo Scalise

 

 

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