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A Lamezia Terme “La maligredi” di Gioacchino Criaco

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Gioacchino Criaco e Pasqualino Bongiovanni

Criaco ci presenta “La maligredi”, edito da Feltrinelli.

LAMEZIA. In una ruga del paese tredici donne vestite di nero avevano un soprannome, “la tredicina”, e tutti ne avevano paura. “Nun faciti maligredi”, che non ci siano dissapori, urlavano a chi passando di lì si trovava a bisticciare. Eccola la maligredi, un disaccordo piccolissimo che poi cresce e diventa una maledizione che fa implodere la forza di quel mondo. Come la brama del lupo quando entra in un recinto e, invece di mangiarsi la pecora che gli serve per sfamarsi, le uccide tutte.

Gioacchino Criaco, già autore di Anime nere, ha presentato al pubblico lametino la sua ultima fatica La maligredi, accompagnato da Pasqualino Bongiovanni e dai versi mai dimenticati di una poesia di Franco CostabileLa rosa nel bicchiere.

Il libro arriva a quasi dieci anni da Anime nere, romanzo d’esordio di Criaco che gli ha attirato non pochi rimproveri, accusato di aver dato una immagine negativa della Calabria. A ribaltare e rivendicare una diversa idea della terra calabra arriva La maligredi, un romanzo pronto a far giustizia, a mettere a tacere i tanti pregiudizi che da sempre accompagnano il vasto popolo del Sud.

Gioacchino Criaco ci vuol spingere ad abbandonare quel continuo senso di inferiorità collettiva che ci è stato insegnato e inculcato anche a discapito di quella generazione di calabresi cresciuta fra cunti, i racconti degli anziani spesso analfabeti ma ricchi di una cultura orale dal valore inestimabile, persa nel tempo o messa a tacere. Non troveremo nel romanzo alcuna epopea dei vinti, ma la lotta di un popolo che mai si è rassegnato, la lotta dei ragazzi ma soprattutto delle donne, le mamme di gelsomino, che danno tutto affinché il mondo cambi; per questo nelle suggestive rughe di Africo si teneva fuori il male e si insegnava a non frequentare i peggiori, mentre nulla di quello che c’era dentro usciva fuori e la mafia vedeva restringersi il proprio spazio.

A quei tempi crescono tre ragazzini, Nicola, Filippo e Antonio che invece si avvicinano alla piccola criminalità. È la scelta, che è parte integrante del romanzo: scegliere quale strada prendere e da che parte stare, quando tutto cambierà a causa della perdita dell’innocenza.

È il 1951 quando l’alluvione di Africo costringe la diaspora e lo sradicamento di un intero paese verso un posto diverso, Africo nuovo, luogo nel quale è ambientato il testo di Criaco; ma quello che doveva essere un nuovo paese, un nuovo inizio, altro non era che un campo profughi, posto lì con la promessa di una vita migliore. Criaco ci parla di una Calabria che quasi mai viene raccontata, ci parla di Rocco Palamara detto Papula, un personaggio reale e non frutto della fantasia dello scrittore. Un anarchico figlio di fornai che dalla Germania torna in un paese che non esiste, un paese che ha il nome del libeccio perché – ci dice Gioacchino Criaco – “costruito lì dove il libeccio portava la vita che strappava alla Libia”, creando in pieno Aspromonte un clima marittimo.

L’arrivo improvviso e in particolare la provvidenzialità della presenza in paese di Papula sta nel portare una ventata di aria nuova per tutto l’Aspromonte, sta nel parlare di rivoluzione, “la rivoluzione è un albero di more”e fa sognare gli uomini, le donne e i ragazzini. Si prende coscienza di essere qualcosa nel mondo, di avere diritto a delle cose. Da Africo, San Luca e Platì prende vita il Sessantotto aspromontano.

Da Papula parte una rivoluzione che c’è sempre stata; Africo del resto era da sempre abituata a lottare e a far la rivoluzione, mentre viene fuori l’immagine di uno Stato che au contraire non fa gli interessi del popolo. Lo spettro della ‘ndrangheta viene debellato proprio dai ragazzini e dalle donne, tutta la jonica si solleva per una lotta di figli contro padri, di mogli contro mariti, di fratelli contro fratelli, una lotta tutta interna che fisicamente caccia la ‘ndrangheta fuori dai paesi.

“Ma quello stesso Stato si è messo dalla parte del potere locale, dei malandrini, di coloro che, per mantenere i propri privilegi, sono pronti ad azzannare al collo i migliori. È così che nell’Aspromonte arriva la maligredi. Il male del resto non stava nel popolo calabrese – ci dice Criaco – ma in una parte che aveva bisogno del peggio del popolo calabrese e ha utilizzato quel peggio per conservare il potere.

È chiaro che quel potere ha iniziato a crescere in tutta la Calabria, poi fuori, in tutta Italia e ancora fuori dall’Italia stessa. Ma tutto è nato da una volontà, che stava molto sopra rispetto ai paesi, di non combattere quel fenomeno ma di utilizzarlo per smontare le rivoluzioni. Per questo la ‘ndrangheta è stata aiutata e coccolata. Non è una colpa del popolo calabrese”.

Valentina Dattilo