Omicidio Tramonte – Cristiano, due lavoratori lametini uccisi dalla ‘ndrangheta

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Il 24 maggio 1991, in contrada Miraglia a Sambiase, la ‘ndrangheta uccideva i netturbini Tramonte e Cristiano per colpire il comune

LAMEZIA. Quando uno finisce sparato in mezzo alla strada siamo ormai tristemente abituati a pensare “chissà che aveva fatto!”, “chissà a chi aveva pestato i piedi!”, perché è così che funziona, giusto?

Se uno muore per morte violenta, la verità è che in qualche modo se l’è cercata.

Ma se uno esce di casa alle tre del mattino con gli abiti da lavoro addosso, s’incontra coi colleghi al posto prestabilito e, prima ancora di vedere le luci del nuovo giorno, s’avvia sul camioncino per fare il consueto giro di raccolta dei cassonetti dell’immondizia, per poi finire trucidato davanti ai balconi sordi e ciechi delle case circostanti, di chi è la colpa?

A questa domanda Lamezia non sa rispondere.

È la domanda che la città si pone da 27 anni, da quando all’alba del 24 maggio 1991 Ciccio Tramonte, netturbino del comune, veniva trucidato da 18 colpi di mitragliatrice, uno dei quali dopo averlo colpito raggiungeva al cuore Pasquale Cristiano, suo collega, e il caos feriva e spaventava costringendolo alla fuga un terzo netturbino, Eugenio Bonaddio, impiegato di un’azienda appaltatrice nella raccolta dei rifiuti, la Sepi.

Il furgoncino con a bordo Tramonte, Cristiano e Bonaddio era arrivato alla Miraglia, a Sambiase intorno alle 5. I tre avevano il compito di ripulire la città dei rifiuti, purtroppo sono stati i rifiuti ad avere la meglio, a spazzare con dei colpi le loro vite innocenti. Le loro vite oneste. E a distanza di 27 anni anche la verità è ancora occultata dall’immondizia fatta di interessi, bugie e appalti.

Mentre la città, quella delle persone per bene, chiedeva la verità nelle ore immediatamente successive all’omicidio, la giustizia muoveva la sua macchina forte anche della presenza di un testimone, Eugenio Bonaddio, scampato alla carneficina e ancora molto scosso. Dalle prime testimonianze, seppur segnate da paure e timori, esce fuori un identikit del killer che, secondo gli inquirenti, coinciderebbe con Agostino Isabella, soggetto conosciuto alle forze dell’ordine e vicino alle famiglie ‘ndranghetiste di Lamezia. Ci sono altre testimonianze, ma quella principale di Bonaddio viene fatta crollare da  un riconoscimento esitante.

11 maggio del 1992: Isabella è rinviato a giudizio e si ritrova davanti alla Corte d’Appello di Catanzaro: le famiglie di Ciccio Tramonte e Pasquale Cristiano si costituiscono parte civile, insieme a loro anche Eugenio Bonaddio e il comune di Lamezia Terme.  Nonostante le testimonianze e le prove, Isabella viene assolto per non aver commesso il fatto il 19 giugno del 1993. Una sconfitta.

Nella sconfitta c’è però una piccola consapevolezza: la sentenza, oltre a dichiarare Isabella non colpevole, riconosce la matrice ‘ndranghetista dell’omicidio Tramonte – Cristiano.

L’ultima speranza sarebbe stata il processo d’appello… se si fosse tenuto! Nessun processo d’appello è stato celebrato perché il pm ha presentato in ritardo il ricorso alla sentenza di primo grado.

La sentenza che ha assolto Agostino Isabella è divenuta definitiva il 18 luglio 1996.

Ad oggi Ciccio Tramonte e Pasquale Cristiano, morti per mano ‘ndranghetista in una guerra di appalti e interessi politici che non avevano mai chiesto di combattere, non li ha uccisi nessuno. Nessuno ha premuto il grilletto. Nessuno ha armato quella mano. Nessuno ha goduto delle conseguenze di quell’omicidio. A 27 anni da quando nessuno ha scaricato 18 colpi di mitragliatrice sui corpi inermi di tre lavoratori onesti, ricordiamo ancora quel sacrificio auspicando e pretendendo che la verità possa affiorare, che il silenzio e la cecità di quell’alba lametina possano trovare redenzione.

Daniela Lucia

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