Francesco Fiorentino, il filosofo neoidealista lametino

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Divenne famoso per aver scritto un manuale sulla storia della filosofia usata nei licei meridionali per decenni e per i suoi studi filologici pionieristici di stampo positivista

Il filosofo nacque a Sambiase (ora Lamezia Terme) il 1° maggio 1834 da Gennaro, speziale, e Saveria Sinopoli, primo di sei figli. Educato privatamente dagli zii materni sacerdoti, Giorgio e Bruno Sinopoli, fu iscritto nel Seminario vescovile della vicina Nicastro (ora Lamezia Terme) per studiare lettere e filosofia, e dove ebbe per compagni di studi Pietro Ardito e Carlo Maria Tallarigo, fin quando non lo abbandonò nel 1851 per studiare Giurisprudenza a Catanzaro, dove non si laureò perché aveva solo diciannove anni. Si manterrà agli studi impartendo lezioni private.

Targa commemorativa sita presso la casa natale di Fiorentino a Lamezia Terme – Sambiase

La carriera accademica e politica

Ma presto comprese che la sua vera vocazione era la filosofia, che studiava alacremente fin da giovanissimo, iniziando al contempo numerosi traduzioni di scritti dei Padri della Chiesa. Seppur miope e poco avvezzo alle armi, appoggiò convintamente l’epopea garibaldina, andando volontario nella truppa guidata dal generale Francesco Stocco a Soveria Mannelli (CZ) dove il 31 agosto 1860 sconfiggeranno le truppe borboniche di Giuseppe Ghio e dove conobbe Giuseppe Garibaldi. Dopo l’Unità nazionale, tramite regio decreto e per l’iniziativa dell’amico Carlo Poerio fu nominato professore di filosofia nel liceo di Spoleto, dove si ritrovò per collega, dopo la frequenza comune del seminario di Nicastro, il sacerdote liberale ArditoPresto si trasferì a Maddaloni, nel napoletano, dove scrisse Il Panteismo di Giordano Bruno, che lo fece conoscere come valente filosofo di statura nazionale tanto da permettergli l’ottenimento della docenza universitaria a Bologna (1862), su indicazione del ministro dell’Istruzione Carlo Matteucci, dove insegnò Storia della filosofia per circa nove anni, subentrando a Bernardo Spaventa. Nel 1867 aderì alla Massoneria bolognese. Nel 1871 sposò Restituta Trebbi, da cui ebbe quattro figli.

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il monumento a Fiorentino sulla piazza omonima a Lamezia Terme – Sambiase (CZ)

Nel periodo bolognese all’insegnamento accostò una intensa attività di saggista e pubblicista. In questo periodo ebbe modo di polemizzare con il poeta Giosuè Carducci, ma non in maniera tale da deteriorare la stima vicendevole che li unì tutta la vita. Godette il Fiorentino della stima personale di molti intellettuali italiani di primo piano quali, oltre i citati Spaventa e Carducci, anche dello scrittore e politico Francesco De Sanctis e del filosofo catanzarese Francesco Acri. Nel 1871 si trasferì all’università di Napoli per insegnarvi Filosofia della Storia. Nel 1875 lo ritroviamo all’ateneo pisano per insegnarvi Filosofia Teoretica. Qui scrisse i testi scolastici Elementi di filosofia ad uso dei Licei che per decenni furono studiati nei licei del Meridione d’Italia. Nel 1880 tornò a Napoli per insegnarvi Filosofia Teoretica e dove diresse per tanti anni Giornale napoletano di lettere e filosofia e Giornale napoletano della domenica. Nel frattempo Fiorentino intraprese la carriera politica. Eletto due volte in due collegi del nord Italia (nel 1870 nel collegio di Spoleto e nel 1874 per il collegio di San Severino Marche, nel maceratese), subì l’umiliazione nel 1861 di non essere eletto nel suo collegio natale di Nicastro, mentre nel 1865, sempre nel collegio di Nicastro, nonostante la sua candidatura fosse sponsorizzata dall’amico sacerdote Pietro Ardito, perse ancora una volta, stavolta avendo contro il patriota compaesano Giovanni Nicotera, che vinse ma optò per il collegio di  Vico Equense (NA), cui subentrò, poiché secondo per numero di voti avuti,  il generale garibaldino Francesco Stocco. Simile sorte avversa gli toccherà nel 1882 nel collegio di Monteleone Calabro (oggi Vibo Valentia). Da sempre esponente della Destra Storica (1861-1876), fu l’unico della sua fazione politica che nel 1872 votò a favore della abolizione nel regno delle facoltà teologiche. Per i suoi studi filosofici centranti l’idealismo, il positivismo e il kantismo e lo studio filologico che egli intraprese su antichi testi del Quattrocento, può essere considerato il precursore della scuola storiografica positivista italiana.

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La morte, il ricordo postumo e tre curiosità

Morì a soli cinquant’anni lunedì 22 dicembre 1884, verso le h 16 a Napoli, per un attacco cardiaco. Nel 1887 le sue spoglie furono traslate a Catanzaro, ove nel 1889 fu eretto un monumento in sua memoria. La sua città natale, Sambiase, gli eresse un monumento celebrativo nella piazza omonima solo il 15 novembre 1908, alla presenza del figlio Nino. Pietro Ardito nel 1886 pubblicò Francesco Fiorentino: memorie e impressioni. Nell’agosto 2011, per iniziativa della Amministrazione provinciale di Catanzaro fu deciso il restauro della tomba del filosofo lametino. Al contempo furono fatte nuove ricerche archivistiche che hanno fruttato il rinvenimento di preziosi documenti.

Tomba del Fiorentino e della moglie presso il cimitero di Catanzaro

Al filosofo sono state dedicate una piazza, una via, un monumento e il Ginnasio – Liceo a Lamezia Terme, un monumento e una via a Catanzaro, delle vie a Vibo Valentia, Reggio Calabria, Palermiti (CZ), Ostuni (Brindisi), Napoli. Tre curiosità sulla vita del filosofo: la prima è che il filosofo neoidealista Giovanni Gentile, padre della riforma scolastica che prende il suo nome (1923) e ideatore del Manifesto degli Intellettuali fascisti (1925), affermò che il suo amore per la filosofia scaturì dallo studio del manuale scolastico di filosofia scritto dal Fiorentino. Ricorderà pubblicamente il filosofo lametino in un discorso commemorativo presso l’Ateneo partenopeo il 21 dicembre 1934; la seconda curiosità riguarda il fatto che dalla sorella Serafina (nata nel 1836) e sposata con il possidente terriero di Adami (frazione di Decollatura, nel catanzarese), Luigi Pane,  nascerà il futuro poeta Michele. La terza e ultima curiosità è che anche se Fiorentino insegnò per ventiquattro anni ininterrotti, per solo sei mesi la famiglia non poté ottenere la sua pensione.

Matteo Scalise

 

 

 

 

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