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Mamma Sibilla: anche la Madonna ha avuto la sua maestra, in una fiaba calabrese!

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Jan van Eyck, Sibilla

La presenza della Sibilla è un’autentica rarità nel panorama di tutti i repertori fiabeschi italiani: in questo la nostra Regione ha il suo guinness dei primati, ne possiamo gioire, quindi, a compensare la burrasca mediatica degli ultimissimi giorni

Quanto alla localizzazione della sua grotta nell’estremità più meridiana del nostro Bruzio ci pensa una tradizione scritta ed orale alquanto documentata, sui cui testi con apparati critici rimando alla fonte più autorevole degli studi antropologici calabresi, che è il professor Vito Teti. Detto ciò, con lo stesso animo con cui ho letto questa fiabetta, ve la ripropongo alla vostra attenzione, con l’auspicio di affidarne la più fedele riscrittura, possibilmente non lontana dal suo originale, almeno spero! Fidatevi, però!

Quando la Madonna era bambina, «jìa nduvi ’na maìstra», una tal Mamma Sibilla, che tuttora vive nei recessi dell’Aspromonte e che ha la capacità di stregare chiunque passi da quelle parti. Pare che tanti regnanti ed imperatori, incuriositi dalle sue malie, non abbiano avuto più la possibilità di andarsene via da lì.

Ogni mattina l’Oracolante domandava alle sue allieve: «Ragazze, che avete sognato stanotte!?» e tutte raccontavano, per filo e per segno, quanto sognato. Una volta, dopo aver interrogato tutte le altre compagne, chiese pure alla Vergine: «Mariuccia, e tu, invece!?». «Ho sognato» – replicò l’altra – «che il sole mi entrava nella destra e mi usciva dalla sinistra, e mi sembrava che tutto fosse vero in quel momento». A quelle parole, la vaticinatrice, tutta trafelata, liquidò la classe, precipitando negli anfratti della terra, quasi ne fosse stata inghiottita con quello stridore di denti, che sentiamo nei racconti apocalittici.

Da sempre aveva presagito che, prima o poi, la Parola sarebbe diventata Grembo in una delle sue scolaresche: quando fosse accaduto, la sua presenza avrebbe isterilito il suo verbo e lei, questo, non l’avrebbe più sopportato. La Madonnina, invece, rimase impassibile di fronte a questa scena: il libro della vita che teneva sotto l’ascella (ecco le ragioni narratologiche per cui noialtri abbiamo questa cavità sotto le ascelle, «i titìlla, cioè»), di certo, inaugurava una nuova età dell’oro e quella, noi Calabresi, l’attendiamo, fiduciosi, per la nostra terra.

Postilla dialettale: «titilla» dal lat. «titilus, solletico» designano le ascelle, parte particolarmente sensibile del corpo umano. La loro sollecitazione fisica, infatti, è stimolo di limbica ilarità, ad utilizzare il lessico delle neuroscienze.

A Carolina Mazzei, la cui poesia di memoria ungarettiana («Mai, non saprete mai come m’illumina l’ombra che mi si pone a lato, timida, quando non spero più»), a chiosa di commento ad una delle mie fiabe, fa eco a questa storia, in una corrispondenza d’affetti, che ama nutrirsi di bellezza e cultura.

Prof. Francesco Polopoli