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La sfortuna non è mai per sempre: lo dice una fiaba bruzia… Seconda parte

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Finiti in mare, quei due bambini restarono a galla, finché un marinaio li vide, prendendoseli con sé: quei poveri innocenti, abbandonati a morte certa, gli fecero una pena da non lasciarlo indifferente

Se ne prese cura insieme alla moglie e, vedendoli tanto graziosi, i due decisero di tenerseli. Ma i loro stessi figli, dispiaciuti di vedere che i genitori davano ai bambini le cose migliori, un giorno si misero a sbraitare: «Ma come? A questi due muli, tanti bei trattamenti e a noi, che siamo quelli legittimi, ci date da mangiare così poco?». A queste parole, i due gemellini si offesero: «E noi saremo due muli? Allora ce ne andiamo!».

Si presero la santa benedizione dei loro benefattori e se ne partirono spersi per il mondo. Cammina cammina per strada incontrarono san Giuseppe e, dopo essersi scambiati un saluto di cortesia, il buon vecchio, con il bastone, a mo’ di bacchetta magica, li esortò a partecipargli dei desideri, che avrebbe, dipoi, esaudito.

Allora i ragazzi comandarono un palazzo antistante a quello del re e ne sbucò uno con la facciata tutta coperta di brillanti. Intanto il sire, tornato dalla guerra, per prima cosa s’informò dei suoi più cari. Gli mostrarono due pelli, una di gatta e un’altra di cagnolino, e gli confessarono che sua moglie aveva partoriti due essere immondi, per fortuna, non sopravvissuti.

Sua maestà, che si aspettava grandi cose, ci credette e, cambiato in odio tutto l’amore che aveva per la propria consorte, la fece murare viva sotto la scala: per giunta ordinò che, chiunque fosse passato da lì, avrebbe dovuto sputarle addosso. Il disprezzo aveva raggiunto il diapason, indegnamente!

Orbene, quella mattina, il sovrano s’alzò e vide quella residenza, a dir poco, incantevole al suo e ad ogni sguardo umano. Quando si seppe dei suoi proprietari, l’arcigna Signora,

La Regina madre, cioè, andò in tilt e, in men che si dica, preparò un piano per liquidarseli una volta per tutte: a tal proposito ingaggiò una vecchina con lo scopo di raggiungere Paolina che, sdraiata su un divanetto, a poltrire come la Bonaparte, scese giù a riceverla, appena sentì il campanello suonare. Si sentì dire di un pappagallo parlante, sopra una fontana, a casa di una draghessa, che di certo avrebbe avuto un altrettanto effetto scenico lì da loro.

E lei come reagì? Convinse il fratellino ad accontentarla, perché sarebbe stata molto lusingata da questo bel regalo, sicuramente! Mentre andava, Pietro incontrò san Giuseppe che gli chiese: «Dove vai, figlio del re!?». «Vado dalla draga ad acciuffare l’uccello parlante per non far dispiacere la mia Paoletta».

Il nostro santino, di buona pazienza, replicò: «Guarda che una volta arrivato lì, troverai una schiera di uomini a chiamarti: passa dritto e non girare le terga perché, altrimenti, diventerai un pezzo di marmo. Successivamente sarà tuo quanto cerchi, ma prudenza: ti raccomando!».

Tutto filò liscio, giacché ogni raccomandazione fu seguita alla lettera. Quella megera non mollò la presa, dopo aver incassato la sconfitta: perdere una battaglia in una guerra ci sta, forse, per alzare la posta del gioco, ancora più sporco, in questo caso, eh sì!

Inviò una seconda donna, molto più avanti negli anni, rispetto alla prima, a dire alla ragazza che suo fratello avrebbe potuto prendere, visto che si era trovato in quella tana serpentina, da cui aveva preso l’agognato Portobello (così si chiamava il parrocchetto: lo scelgo io il nome, per licenza, posso!?) i famosi coralli parlanti, con cui si sarebbe specchiata nella straordinarietà di un monile irriproducibile. E Pietro!? Ci andò in fretta e furia, dimenticandosi delle prescrizioni che aveva seguito durante il percorso precedente: se ne ricordò tardivamente ed impietrì dallo spavento, pietrificandosi. Paola, aspetta aspetta, quando non vide più tornare il fratello, sentì puzza di bruciato e, pentita dei suoi capricci, si partì per andare a vedere.

San Giuseppe, mosso a pietà, l’avvertì preventivamente su quanto accaduto e le suggerì il modo per sciogliere quel malefico incantesimo: avrebbe dovuto custodire i coralli parlanti, svelta svelta, in un vasetto di bambagia, che lo stesso Santo le aveva consegnato amorevolmente tra le mani. Dopo di che, recuperato un vaso d’unguenti in quella maledetta dimora spiritata, lo avrebbe dovuto spalmare tutto su una riconoscibilissima statua petrina, riportando in carne ed ossa il fratello, come il Buon Iddio lo aveva creato.

«Dammu ti giri cumu fràttita, sinnò quantu scrivìmu in Cìalu “Ei fu”, cumu ppi llu Bonaparti: ha’ capisciutu?»: si permise quest’ingiunzione con lo slang di un’informale conversazione.

«Ed illa, cchi fici?», vi chiederete. Seguì passo passo tutti quegli avvertimenti per riuscire nell’impresa: oh che gioia e contentezza che ne vennero fuori, potete immaginarvelo! Passa un po’ di tempo ed il re cogitò un invito a cena: loro accettarono di buon grado, accompagnati dal loro augelletto, che era diventato una sorta di angioletto custode, per la loquace compagnia che offriva loro.

Dopo mangiato, Portobello si mise a fare il cantastorie, su desiderio dei convitati: cominciò la storia di quei due ragazzi, di come erano nati, della nonna che li aveva fatti gettare a mare, del marinaio che li aveva salvati; insomma, tutti i fatti e misfatti della loro vita.

All’ultima parola del pappagallo parlante, i due ragazzi si levarono il fazzoletto, l’uno dalla fronte e la sorella dalla mano, mostrando il maschio la stella d’oro e la femmina il pomo d’oro. E conclusero in questo modo: «Noi siamo i vostri figli e, tuttora, siamo alla ricerca di nostra madre.

La donna seduta qui a questa tavola, invece, è quell’assassina di nostra nonna, Padre caro».

Quello, come era prevedibile, rimase inizialmente interdetto dallo stupore. Ripresosi, «picchì s’avìa sturdùtu», dette disposizioni perché si liberasse Sofia immediatamente.

E della Regina madre, che ne è stato, alla fine di questa fiabetta? Beh, fatta attaccare a una coda di cavallo, fu trascinata per tutto il paese fino a quando morì: «Cchi brutta fini cà fici: ’un si putìa stari queta queta!?».

Prof. Francesco Polopoli

A Cecilia Crucitti, donna elegante che accompagna la soavità della sua persona alla dedizione per il prossimo.

P.S. 2: Preferisco consegnare e conservare la fiaba nella stesura originaria, per rammemorare lo stile di una penna giovinetta che, seppur non limata, racchiude lo stesso fanciullino di fronte a quanto mi appassiona da sempre.