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«Papanella e cucinella»

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pappanella cucinella

Questo è un modo di dire che nasce per gioco

Praticato all’inizio dalle bambine d’una volta, quando imitavano le madri nella nobile arte della cucina, si è esteso successivamente all’atteggiamento di quanti vivono in simbiosi, apparentemente per far cenette, ma col malcelato proposito di architettare tiri birboni o, addirittura, per sfoderare qualche colpo mancino ai danni di un loro prossimo.

«Sunu ‘na bella pariglia», praticamente, in un bel menù di conversazioni, potremmo chiosare!

Se dovessi utilizzare un paragone letterario, penserei subito alle sorti del povero Pinocchio nelle mani del Gatto e della Volpe: che duo, ricordate!? Con un lessico più sboccato potrei persino citare «culo e camicia», che è diventato il titolo di una pellicola filmica con Renato Pozzetto e Leopoldo Mastelloni, se non vado errando!

Qualora il vento partenopeo dovesse sospingere le parole campane verso le nostre terre bruzie, beh, senza bollarle come inconferenti, penserei pure a «cazza e cucchiara», perché no!? E qui corre l’obbligo fare delle opportune precisazioni linguistiche: non c’è alcuna trivialità in quest’espressione, perché nasce innocente in un clima di lavoro. Perché? La prima voce (dal latino tardo “cattia”, a sua volta derivativa dal greco “ky/athos”= coppa, tazza) è il secchio di ferro in cui i muratori usano impastare malta e/o calcina, mentre l’altra è la cucchiaia che è, per l’appunto, il mestolo di cui ci si serve per distribuire il prodotto contenuto, pareggiandolo sui muri e/o mattoni. Un binomio inscindibile, sostanzialmente! L’affaccendato operaio, puliti i ferri del mestiere, è solito conservarli insieme, in modo che l’indomani possa facilmente ritrovarli e usarli alla ripresa della sua attività. Da quest’immagine professionale vien fuori l’affiatamento metaforico di due individui indivisibili fatti proprio con lo stampino. Mimì e Cocò: potremmo chiamarli, abbreviando così, mi sa!

Prof. Francesco Polopoli