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Pari ‘nnu fhrugulu pazzu!

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argento vivo

«Sembra un razzo matto!»: si dice così di una persona che si dà a correre all’impazzata e in modo scomposto

Lo riporto a memoria fin troppo bene questo adagio per tutte quelle volte in cui non proprio adagiamente, da ragazzino, ero lì a stampare km d’asfalto come un corridore olimpionico, sic dicitur! Effetto indesiderato di una cinofobia ora superata, fortunatamente!

Una contiguità con la locuzione predetta la trovo pure con questa espressione no-strana: «pàrica cci han’appizzàtu fhùacu alla cuda!», ovvero «sembra che le abbiano appiccato fuoco alla coda!», con cui siamo soliti dire di qualcuno di nostra conoscenza che, nel fare qualcosa, si muova in modo frenetico, mettendo in agitazione anche coloro che gli stanno attorno. Di sicuro sinonimica è la massima lametina pari «‘nnu ciucciu scapizzatu», cioè «sembra un asino senza cavezza», che ha la particolarità di fondere regolarità e sregolatezza, libertà ed anarchia in un’immagine zoomorfa insolita e particolarissima.

Perché, direte!? Per cliché eravamo abituati o alla simbologia della mitezza (Gesù e l’asina, San Francesco di Paola e l’asinello) o a quella della stoltezza, su cui c’è una mole copiosa di attestazioni letterarie a tutte le latitudini, tralasciando le enfatizzazioni oscene presenti persino nel mondo classico.

L’immacolata concezione di un tale arbitrio e di una cotale arbitrarietà è infrequente, direi! Idea lametina tota nostra est, potremmo dire, parafrasando Quintiliano, probabilmente! Poi abbiamo la rappresentazione della resistenza, e lì dobbiamo chinarci di fronte al buon capo di Omero.

Iliade, 11.558-568: “E come un asino, quando sul bordo del campo resiste ai fanciulli testardo e molti bastoni sopra di lui sono spezzati, ma esso entra a mietere il grano folto; i fanciulli lo battono coi bastoni, la loro forza è di bambini, e a stento lo spingono fuori quando è sazio di grano ;così il grande Aiace figlio di Telamone allora insieme Troiani superbi e alleati famosi continuamente inseguivano, colpendo con l’asta lo scudo.

Quanto alla fortuna paremiologica, tornando a bomba, e chiudo senza essere esplosivo, mi va di sottoporvi all’attenzione gli italianissimi: «essere morsi da una tarantola» o «avere l’argento vivo addosso», canticchiando sulle note de Il ballo di San Vito di Vinicio Capossela. Lallallà…

Prof. Francesco Polopoli