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Tutt’ ‘ u mundu è frittuli!

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Tutt’ ‘ u mundu è frittuli!

«Tutto il mondo è cotiche di maiale!»: espressione che si suole proferire a proposito di uno che crede di potersela spassare ininterrottamente, sol perché gli è capitato, una sola volta, l’occasione di fare scialo

Una chiosa, però, sul piano esegetico è meritoria d’attenzione, per coglierne il senso più intimo. «Non si deve fare come il buon frate calabrese, che dopo essersi ingozzato di frittole, proclamava bell’ e buono di pancia, mentre i fedeli, perplessi e desiderosi di mangiarsi tutto quel ben di Dio, «’nducìvanu ‘mbacànti».

Il passato è stato spesso segnato dalla scarsezza, dall’ansia e dal terrore della fame. I paradisi alimentari, le mangiate a sbafo, i Carnevali, i banchetti, i festini erano eventi eccezionali o sono rimasti soltanto sogni, desideri, fantasie alimentari.

Sullo sfondo c’erano “i paesi della fame”, i corpi scarni e deboli di individui che, nel corso delle ricorrenti carestie, si accontentavano di quello che trovavano e di quello che passava il convento. In caso di necessità tutto diventava buono da mangiare: erbe, ghiande, persino carni di animali morti per malattia» (Vito Teti).

Pertanto, non c’è un’equivalenza di possibilità, benché il relativismo autocentrato scosti i problemi dalla realtà: la vita non è tutta rose e fiori, ma anche spine e rovi.

La Calabria è una Rosa nel bicchiere, andava declamando il nostro poeta Franco Costabile, compagno d’Ungaretti: la fralezza fa tutt’uno con la sua bellezza.

Di sole e d’azzurro, sì, ma a tinte caravaggesche: un quadro che mette a soqquadro la geografia umana del Sud più meridiano della nostra Terra.

Prof. Francesco Polopoli