LameziaTerme.it

Il giornale della tua città

È megliu fhissa ca sìndicu!

3 min read
È megliu fhissa ca sìndicu!

Letteralmente «è meglio essere fesso che sindaco», ovvero «è preferibile la condizione spensierata del balordo che quella del primo cittadino, se non altro perché quest’ultimo si accolla addosso non pochi problemi» e questo gli va riconosciuto

In questa massima lametina non sfugge il termine di paragone, che non è dei migliori, a mio avviso! Da notare che, anche nell’antichità, si soleva celiare su tale argomento: quindi, il retaggio classico si fa sentire come riverbero di riferimento, eh già! Il filosofo Seneca, infatti, afferma nell’Apokolokyntosis, a proposito di Crasso, che questi era «tam fatuus ut etiam regnare posset», «era cioè tanto stupido potere anche regnare»: certamente, a differenza del dispotismo imperiale, noi possiamo concederci maggiori licenze, senza per questo essere autorizzati a delegittimare le nostre istituzioni, chiariamoci subito!

Qualche barzelletta ci sta, a questo punto: anche il buon Governatore della Campania, De Luca, ci abitua mediaticamente ad un’ironia compartecipante e la sua simpatia, in lungo ed in largo, è diventata oramai nazional-popolare. Forte di questo, senza offendere nessuno, potremmo tirar fuori pure qualche barzelletta, come questa, ad esempio:

«Qual è il colmo per un sindaco?

Avere un’intelligenza fuori del comune». 

Che dire poi di Peppone, di cui ripropongo parte del suo discorso pubblico, facendo entrare il suo ruolo nell’hit parade delle buone pagine letterarie:

[Poi Peppone inizia il comizio di chiusura della campagna elettorale]
Cittadini, lavoratori… [applausi] Prima di presentarvi il compagno indipendente avvocato Cerratini … [brevi applausi] Voglio dire due parole alla reazione clericale, atlantica, guerrafondaia che tutti ben conosciamo!… [applausi] Per tutti i corvi neri che parlano di patria, [Don Camillo: «Signore, trattenetemi!»] di sacri confini minacciati e altre balle nazionaliste, noi diciamo che la patria siamo noi, la patria siamo noi, la patria è il popolo!… [applausi] E questo popolo non combatterà mai contro il glorioso paese del socialismo, che porterà al nostro proletariato oppresso la libertà e la giustizia!… [applausi] E voi giovani che andate nelle barbare caserme direte a coloro che tentano di armarvi e di usarvi per i loro sporchi interessi, direte che non combatterete! Direte a coloro che diffamano i lavoratori… [Don Camillo mette a girare un disco e dai megafoni del campanile si sente uno stropiccìo] Direte ai calunniatori del popolo… [inizia la Canzone del Piave] Direte che i vostri padri, hanno difeso la patria dal barbaro invasore, che minacciava i sacri confini! E che noi del ’99 che abbiamo combattuto sul Monte Grappa, sulle pietraie del Carso, e sul Piave, siamo sempre quelli di allora! E allora, quando tuona il cannone, è la voce della patria che chiama [Cerratini cerca di fermarlo ma Peppone senza badargli lo allontana con una manata], e noi risponderemo: presente! [Don Camillo ripete: Presente!] Noi vecchi, che abbiamo sul petto le medaglie al valore, conquistate sul campo di battaglia, ci troveremo allora, a fianco dei giovani, e combatteremo sempre, e dovunque! … [applausi] E getteremo l’anima, oltre l’ostacolo! E difenderemo i sacri confini d’Italia, contro qualsiasi nemico, dell’occidente e dell’oriente, per l’indipendenza del paese, e al solo scopo del bene indissolubile, del Re e della Patria! viva la Repubblica, viva l’Esercito!” [ovazione sulle note della Canzone del Piave, anche don Camillo applaude].

Per non parlare di Cetto La Qualunque e del suo esilarante «cchiù pilu pe’ tutti» che persino nel nostro Sud è stato replicato, con battute diverse, sortendo la stessa comicità. Della serie, quando il teatro è a biglietto gratuito tra le piazze d’Italia…

Prof. Francesco Polopoli