LameziaTerme.it

Il giornale della tua città

La sfortuna non è mai per sempre: lo dice una fiaba bruzia… Prima parte

5 min read
fortuna sfiga

C’era una volta una mamma con tre figliole talmente garbate, che il mondo le avrebbe potute «pittare» a decoro della loro comunità: tuttavia, per nessuna di loro, si riusciva a «quagliare» una possibilità di matrimonio

Un giorno si pensò di chiamare «’na magàra» per comprendere, quantomeno, le ragioni di tutto ciò: la vecchia suggerì di guardare in che modo erano addormentate e poi di farglielo sapere. E così, mentre dormivano, la madre entrò nella loro camera, per esaminare da vicino la postura notturna.

Una sonnecchiava con le braccia incrociate, l’altra con le mani giunte in preghiera, e la più piccola con le manucce dietro la testa, come per reggersela.

L’indomani, quando l’anzianotta arrivò, glielo riferì ed immediatamente la fattucchiera se ne uscì con la più infausta delle battute: «è in questo modo che dorme l’ultima della sua famiglia!? Quindi è lei a portare il malaugurio alle sorelle: datele subito duemila lire ed il corredo che le spetta e buttatevela via di casa, sennò, porterà una sventura più grande di quella che state ora patendo».

L’altra, che fece!? Beh, tutta dispiaciuta, seguì le indicazioni della sibillina cui si era rivolta: la povera ragazza, invece, senza sibilare alcun fischio, se ne dovette andare spersa per il mondo.

L’oracolante non ebbe torto, però: difatti, non passarono nemmeno due giorni che Rosetta e Bettina trovarono un buon partito, maritandosi, di lì a poco, felici e contente. Sofia, nel frattempo, camminava con un dolore inenarrabile nel cuore, dando colpa alla sua sventura che l’aveva sì annichilita.

Cammina cammina si ritrovò in un bosco così fitto che la selva oscura di dantesca memoria doveva sembrare, al confronto, un giardino dell’Eden. Intravide da lontano una casina, dove vendevano vino, e disse al padrone: «Mi date alloggio almeno per stasera, ché sono una povera disgraziata?». Quell’uomo, che aveva un buon cuore, le diede ospitalità e la chiuse nella cantina. A mezzanotte sopraggiunse la Sfortuna e versò tutto il vino per terra: quando il vinaio se ne accorse, apriti cielo e spalancati terra, che successe: «Ah, che malasorte m’è capitata! Tutta colpa tua!» e l’ammazzò di legnate. La miserella, vedendo che tanta era la rabbia che non la mollava più, per rimediare, gli offrì mille lire a condono del danno subito. Dopo una giornata di cammino, si ritrovò sul far della sera in un paesino con annessa bottega di stoffe e biancheria in periferia. Per carità la sistemarono nel magazzino, lasciandola chiusa lì. Allo stesso orario, arrivò la Sfortuna e sforbiciò tutta la roba: il mercante, dopo essersi accorto del misfatto, se la prese con l’infelice, dandogliele, a modo suo, di sante ragioni. Per scamparla, mezza morta, gli dovette dare cinquecento lire: tutta malandata, raccogliendosi sulle precarie forze, con cui si trascinò con notevoli difficoltà, raggiunse un paese, bussando ad una bottega di cristalleria, per avere un tetto disponibile, nello stato penoso in cui visibilmente versava stravolta e sconvolta.

«Chilli putigàri» assentirono, aggiungendo un posto a tavola (come dice la notoria canzone) per quell’ospite venuta da lontano. Ad una certa ora, come di consueto, piombò la Sfortuna e si mise a rompere tutta la cristalleria: sembrava un terremoto così sconvolgente da far traballare i pavimenti di quell’abitazione. Anche in questo caso, prevenendo le intenzioni di quei commercianti, diede loro quanto le restava, corredo compreso, sparendo dalla circolazione. Strada facendo, vide un gran palazzo, dove abitavano dei ricconi e, siccome non ce la faceva più, domandò se la volessero perlomeno come domestica. La risposta fu affermativa, il compito un po’ bislacco: una ciambella di pane da portare alla Dea bendata, da consegnare solo se fosse sbucata sulla battigia a viso coperto.

«Ccu lla fhurtuna cà tìagnu, pàrica ’un l’affruntu scuvirùta, disperu mia!», si andò dicendo «comunqui, cchjiù scuru da minzannòtti ’un po’ bbinìri».

Non è che si sbagliò di tanto la ragazzina: detto fatto, fu faccia a faccia con quell’entità soprannaturale. Non si spaventò, anzi, l’affrontò, se non altro per dirgliene quattro su tutte le disavventure perpetrate ai suoi danni in tutti quegli anni: meno male che la ruota gira, che bugia?! E quella, come reagì, vi chiederete. Beh, le diede un paio di gugliate di seta da fare conservare nella cassapanca della sua padroncina, girandole le spalle, dipoi, per fondersi con i flutti marini del Tirreno, che l’avrebbero trasportata verso lo Stretto di Messina.

La serva tornò a casa orgogliosa di aver dato finalmente un volto a chi la stava perseguitando fin da piccina: consegnò quanto donatole e si ritirò nella sua celletta. Un giorno, un re emise un bando per cercare chi avesse seta, perché doveva fare il vestito alla sposa del figlio: l’avrebbe pagata a peso d’oro, non era assolutamente un problema per lui. Allora la Gran dama mandò a chiamare la propria inserviente, dicendole: «Vai a prenderti qualche oncia d’oro, è sempre meglio di niente». Lei ci andò. Allora misero la seta sulla bilancia e il piatto pendeva; misero due once, lo stesso; misero un chilo e sempre lo stesso. Il sovrano, che non voleva mancare di parola, a quel punto aggiunse: «E dove lo prendo tutto quest’oro per darlo a te? Farò meglio a darti mio figlio per marito, se lo vuoi».

Lei non obiettò ed in men che si dica si ritrovò principessina. Dopo qualche tempo rimase incinta e partecipando la bella notizia al consorte, gli preannunciò che avrebbero avuto due gemelli, una femminuccia con un pomo d’oro sulla mano ed un maschietto con una stella d’oro in fronte. Disgraziatamente, il marito dovette partire per una guerra: «cchi malanova, poraccia!»

In solitudine la reginotta divenne mamma di Pietro e Paola: l’unica luce in mezzo a tutte queste tenebre. La suocera, che buona non era, non la poteva soffrire per la sua bassa condizione: «’un la liggiriscìa, insomma!»: avrebbe voluto accanto a lui una regina degna del suo lignaggio e così si mise d’accordo con la levatrice, perché dicesse alla giovinetta che erano nati morti i suoi adorati pargoletti: la più terribile tra le bugie, il male deve fare male, lo sappiamo tutti!

Quando quella vecchia senza cuore ebbe nelle sue mani i due nipotini, li fece mettere in una scatola e ordinò alle sue guardie del corpo di gettarli a mare.

Ed ora cosa potrà succedere?

Scopritelo nella seconda parte di domani.

To be continued…

Prof. Francesco Polopoli

P:S.: Postilla etimologica dialettale: «spurtuna», da un originario lat. «fors», vuol dire «sorte», radice di «fortuna», tra l’altro!  In quella matrice di riferimento è rinvenibile il verbo lat. «ferre», sinonimo del lat. più tardo «portare»; quindi, letteralmente, con quel -s privativo, la voce lessicale esprime «ciò che porta la (non buona) sorte». 

A Sofia Isabella Cristaudo, le cui riflessioni alzano il livello della nostra fiera calabresità: Ken Follet e le storie bruzie in una Calabria da sognare. Occhi come i suoi arricchiscono lo sguardo meridiano di ognuno di noi.

P.S. 2: Preferisco consegnare e conservare la fiaba nella stesura originaria, per rammemorare lo stile di una penna giovinetta che, seppur non limata, racchiude lo stesso fanciullino di fronte a quanto mi appassiona da sempre.