Vittorio Butera, l’ingegnere innamorato della poesia

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Di famiglia agiata, Butera era destinato a gestire le proprietà familiari a Conflenti. Ma la sorte lo volle ingegnere a Catanzaro, dove in pensione asseconderà finalmente la sua vocazione poetica in vernacolo conflentese.

Vittorio Maria Butera nacque a Conflenti (CZ) il 23 dicembre 1887 da Tommaso, piccolo possidente terriero e Maria Teresa de Carusi, la quale morì poco dopo, sicchè il Butera fu cresciuto dalla balia e dalla nonna paterna Peppina (che ricorderà nella lirica Natale) . Dopo gli studi elementari sotto la guida del maestro Emanuele de Carusi, che gli fornì una solida formazione umanistica (a cui dedicherà la poesia Thuornu a ra scola), avrà una formazione in casa di latino, francese, italiano e matematica com’era uso all’epoca per le classi abbienti come forma di distinzione sociale poichè il padre desiderava che si occupasse della gestione della proprietà familiare, ma Butera volle proseguire gli studi regolari e grazie allo zio paterno Giovanni, residente a La Spezia (Liguria), nel 1891 poté lasciare la natia Conflenti per studiare in diversi collegi quali La Spezia, Catanzaro, Messina e infine Napoli dove si laureò in ingegneria nel 1905. Anche per il lavoro peregrinò, e infatti fece spola fra Roma (dove diresse la costruzione del futuro quartiere di Santa Croce in Gerusalemme), Palermo, Crotone e infine, grazie alla vincita di un concorso pubblico, a Catanzaro (1909) dove sposò Bianca Vitale (1911), da cui non ebbe figli, per svolgere la mansione di ingegnere per conto della Amministrazione provinciale. Fu un sincero oppositore al regime fascista, manifestato con il rifiuto di partecipare alle adunanze pubbliche e nell’ascolto clandestino della proibita Radio Londra, che gli causarono continui rimproveri e minacce. A beffo del regime scriverà poesie quali A’ funtana ‘e fruntera, Surchi e sopratutto Duce 1922.

Butera da giovane

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La poetica e le opere di Vittorio Butera

La poetica di Butera si formò fin dalla prima adolescenza grazie ai racconti della nonna paterna Peppina e alla frequenza del monte Reventino, che gli fecero conoscere il dialetto più arcaico, assorbendo impressioni, rumori, odori e paesaggi che egli rievocherà nella sua poesia. L’universo poetico di Butera si poggia infatti su una struttura di favola in versi, tutte aventi un insegnamento morale, con uno stile che rimanda ai favolisti antichi (Esopo e Fedro) e autori del XVIII e XIX secolo quali Di Giacomo, Le Fointaine, nonchè il contemporaneo (e amico) poeta romanesco Trilussa. I protagonisti di queste favole sono animali parlanti o oggetti inanimati, che esprimono riflessioni descrittive nella lingua dialettale di Conflenti, senza uso di italianismi o neologismi, considerati dal poeta inutili, parlando dell’amore per la vita e le amarezze suscitate dalla ingiustizia e dai soprusi.

Il primo scritto del Butera risale al 1892, quando aveva solo 15 anni e si era appena trasferito con lo zio paterno Giovanni a Ponte Venere (La Spezia), dal titolo Larve Quindicenni, 18 liriche in lingua italiana. Da questo momento, in segreto, scriverà altre composizioni, che saranno finalmente pubblicate soltanto dopo che il Butera andrà in pensione nel 1949, anche grazie alle pressioni di cari amici intellettuali quali Michele Pane e don Luigino Costanzo che gli faranno pubblicare la raccolta poetica Prima cantu e doppu cuntu (Prima canto e poi racconto, formata da dieci liriche e quaranta favole in forma poetica), mentre postume furono pubblicate altre due raccolte Tuornu e ccantu, tuornu e ccuntu (Torno a cantare, torno a raccontare) nel 1960 e infine la raccolta Inedite nel 1978. In totale scrisse nella sua vita duemila componimenti, di cui ne pubblicò solo cinquanta. Durante la giovinezza trascorsa con lo zio paterno Giovanni, Butera divenne anche un’abile enigmista, tant’è che lo zio lo spronò a pubblicare questi suoi enigmi su riviste specializzate quali Diana d’Alteno e Favilla edite a Firenze, firmandosi con diversi pseudonimi come Tito Tuberarvio (l’anagramma di Vittorio Butera) o Silano.

Butera e la moglie Bianca in compagnia della figlia di Michele Pane, Libertà e del figlio Dario (foto tratta da www.michelepane.it)

L’amicizia col poeta Michele Pane

Nonostante la fama poetica del Butera giungerà solo in tarda età, l’amicizia con l’altro grande poeta del Reventino,  Michele Pane da Adami di Decollatura, ma residente da anni negli USA, ha origini molto più lontane. Il loro primo incontro si ebbe nella farmacia Pantano di Conflenti nel 1899, quando Pane fu indotto dagli astanti a recitare una delle sue poesie più famose, Tora. Questa declamazione impressionò così tanto Butera che si fa risalire a questo episodio la sua scelta di continuare a scrivere poesie ma in dialetto conflentese. Da quel momento la corrispondenza epistolare e poetica fra i due non si interruppe mai. Nel 1937, la figlia di Pane, Penelope Libertà, tornò in Italia per conoscere la famiglia del futuro marito. Pane per questa occasione scrisse una poesia A mia figlia Libertà dove la esortava ad andare a vedere i luoghi natii del padre e di salutare per lui i parenti e gli amici, fra cui Butera, il quale rispose al saluto del poeta scrivendo una poesia di risposta, A staffetta (la messaggera), in cui consolò il Pane dicendo che tutti lo salutavano e lo rimpiangevano per la sua lontananza negli USA. Butera manterrà i rapporti epistolari con Michele Pane fino alla fine, dedicandogli ad esempio un’altra poesia nel 1938 simpatica e nostalgica al tempo stesso qual’è Frittulijandu. Una volta scommisero su chi sarebbe morto per prima. Iniziò Pane scrivendo per Butera la lirica (A me stesso) per Vittorio Butera nel 1941 a cui Butera rispose nel 1952 con la lirica VITTORIO BUTERA  A MICHELE PANE. Alla fine Butera perse la scommessa, in quanto Pane lo precedette morendo nel 1953.

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Gli ultimi anni

Vivendo stabilmente a Catanzaro, Butera trascorrerà gli ultimi anni tenendo fitta corrispondenza epistolare con i diversi amici intellettuali sparsi per l’Italia e il mondo, aprendo le porte della sua casa a incontri conviviali. Non fece mancare mai, poi, la sua presenza ad incontri di poesia vernacolare e ai dibattiti culturali. Nonostante si dedicasse all’hobby del giardinaggio, a causa della sua buona forchetta aumentò di peso in maniera esagerata, procurandogli non piccoli problemi di salute come asma e cattiva circolazione sanguigna. Questo stato di cose minarono la sua salute che lo portarono alla morte il 25 marzo 1955.

Conflenti negli anni Venti

Il l tentativo di traslare la salma a Conflenti e il ricordo postumo

I funerali si svolsero il 27 marzo, senza la presenza di autorità politiche, sopratutto del paese natale Conflenti. La moglie Bianca andrà a risiedere presso parenti in Friuli e morirà nel 1977. Intanto nel 1970 la casa di Butera a Catanzaro fu requisita per farne una scuola elementare, con grande disappunto degli intellettuali (fra cui il poeta Felice Costanzo) che volevano che fosse trasformata in un museo dedicato al poeta. Neanche si pensò di intitolare al poeta né la erigenda scuola, né la via che ad essa conduceva. Anche per questa situazione, la salma di Vittorio Butera fu traslata in Friuli dalla moglie. Per anni non si seppe dove era stata portata di preciso, fino a quando nel 2005 fu individuata nel cimitero del comune di Gradisca d’Isonzo (Gorizia) e nello stesso anno una delegazione politica partì dalla Calabria per andare a rendergli omaggio. Si pensò dunque di avviare le pratiche burocratiche per riportare la salma a Conflenti. Ma fin ora nulla è stato fatto di concreto. A ricordo di Vittorio Butera nel 2005 è stato istituito il Centro Studi Vittorio Butera, allo scopo di raccogliere, valorizzare, pubblicare l’immenso patrimonio ancora inedito della sua produzione poetica e di tenere vivo il suo ricordo. Fonti sulla sua biografia e la poetica sono disperse in diversi libri (ricordiamo il volume Canta Pueta di C. Cimino e V. Villella) e siti web (molto esaustiva la voce Vittorio Butera nel sito web www.michelepane.it). Ad oggi sono presenti vie in sua memoria nella natia Conflenti, a Catanzaro e a Roma.

Matteo Scalise

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