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Canto notturno di un pastore errante di Lamezia

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Canto notturno di un pastore errante di Lamezia

«Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, / silenziosa luna? / Sorgi la sera, e vai, / contemplando i deserti; indi ti posi. / Ancor non sei tu paga / di riandare i sempiterni calli?»: così s’introduce Leopardi in uno degli incipit più noti dei suoi straordinari Idilli

Beh, questo satellite bugiardo, oltre ad essere un interlocutore di riferimento, soprattutto come proiezione di problematiche esistenziali, quali quelle del Recanatese, non ultime le altre della nostra nazional-popolare Bertè (perché no!), è anche oggetto di invocazione per patologie passeggere.

Lo sappiamo noi Lametini limitatamente ai porri.

Dice una simpaticissima formula pressoché così: «o luna quintidècim’ e rritùnda, / piglia ‘sti purri mia e mmi li munda! / e, ffin’alla tua turnùta, m’ ‘un cci resta mmancu ‘a radicàta!», cioè «o luna in quintadecima e rotonda (cioè al quindicesimo giorno dal principio del novilunio e, quindi, al massimo sviluppo del plenilunio), prendi questi miei porri e mòndamene e, fino al tuo ritorno, fa’ che di essi non rimanga neppure una radice!». Siamo sul piano delle superstizioni, lo so: tra l’altro non è l’unico testo incantesimale.

Un altro, per scongiurare la siccità, era: «chiovi, Signuri miu, ca null’accatti, la pigli di lu mari e ni la jetti».

A dire il vero, qualche volta per conseguire lo stesso effetto si lasciava uscire il Santo per sortire la stessa grazia ma è un altro discorso: non è mia intenzione, in questa sede, aprire sterili discussioni sulla «religio» come «superstitio».

Non vorrei alterare l’umore di qualche lettore: temo chi possa diventare «a mmot’ ‘i luna», ahahah!

Ringraziando Anna Maria Agapito, che è risultata di stimolo per l’ampliamento di alcune intuizioni.

Prof Francesco Polopoli